PEDOPHILIA: McCarthy vs Larraín vs Ozon | Film contro Film

una recensione a cura di Liliana Giustetto

Titolo: Il caso Spotlight (Spotlight)

Regia: Tom McCarthy

Anno: 2015

Produzione: Stati Uniti d’America

Un’analisi di tipo giornalistico del problema della pedofilia nella Chiesa Cattolica negli Stati Uniti, a Boston. La pellicola, premiata come miglior film e miglior sceneggiatura originale ai premi Oscar 2016, narra le vicende – reali – venute a galla dopo l’indagine realizzata dal quotidiano The Boston Globe sull’arcivescovo Bernard Francis Law, accusato di aver coperto molti casi di pedofilia avvenuti in diverse parrocchie.

L’indagine valse il Premio Pulitzer “di pubblico servizio” al quotidiano nel 2003 e aprì le porte a numerose indagini sui casi di pedofilia all’interno della Chiesa cattolica. Il taglio della narrazione si mantiene sui toni sobri dell’indagine senza entrare in particolari scabrosi, ma riuscendo ugualmente a far sentire tutto il dramma delle vittime. Il fulcro delle indagini era verificare e stigmatizzare la responsabilità delle autorità ecclesiastiche nel nascondere gli avvenimenti – ben conosciuti – e, ancor peggio, nell’evitare il bando dei religiosi che si erano macchiati dei crimini, che furono spostati in altre parrocchie. Cosa che aveva aumentato esponenzialmente il numero delle loro vittime. Nel film diretto da Tom McCarthy è il personaggio dell’avvocato che, dopo pesanti insistenze, decide di portare il suo aiuto ai giornalisti al fine di mettere fine allo scempio.

Tra le vittime, infatti, alcuni riportarono danni irreversibili per la propria vita, altri arrivarono al suicidio. Ben pochi furono aiutati dalla famiglia di origine, famiglie che preferivano tutelare la rispettabilità della Chiesa anziché l’integrità dei propri ragazzi.
Dei sacerdoti coinvolti, molti si erano auto assolti, come spesso accade, e si giustificavano perché erano stati essi stessi a loro volta molestati.
Infine va dato un bel riconoscimento al pool di giornalisti che, soprattutto per il bene comune, portarono a segno l’indagine con abnegazione e sacrificio. Consci che a ognuno di loro sarebbe potuta capitare la stessa sorte durante l’adolescenza e che, solo per fortuna, erano riusciti a scampare pur avendo frequentato quelle stesse scuole.

Titolo: Il club (El club)

Regia: Pablo Larraín

Anno: 2015

Produzione: Cile

Una pellicola imbarazzante e scomoda, che ci mostra la visione del problema da parte dei colpevoli. Quattro sacerdoti vivono insieme in una casa isolata, in una piccola città sul mare, a La Boca de Inferno, sulla costa cilena. Ciascuno di loro è stato inviato in questo luogo per cancellare i peccati commessi in passato: Padre Vidal, un pedofilo omosessuale represso che tuttavia dichiara di non aver mai abusato fisicamente di un bambino; Padre Ortega, trafficante di minori che ha rapito i figli di giovani e indigenti madri (che a quanto dice non volevano crescerli) per affidarli a ricche famiglie borghesi impossibilitate ad avere figli; Padre Silva, cappellano di guerra che, tramite le confessioni di ufficiali e soldati del suo reggimento, è venuto a conoscenza di decine di crimini efferati e ha minacciato di renderli pubblici; e infine Padre Ramírez, un anziano mentalmente compromesso che non ricorda il motivo per cui è stato esiliato negli anni ’60. 
Vivono sotto l’occhio vigile di una sorvegliante, Mónica, ex suora accusata, ingiustamente dice lei, di aver picchiato la figlia adottiva.

Ciascuno, a suo modo, ha profanato la sacralità della vita. La vita degli altri, dei bambini che hanno abusato, di quelli che hanno venduto, degli uomini e delle donne che hanno tradito e di Sandokan, un uomo che, a seguito degli abusi, è diventato dipendente sul piano mentale da quel tipo di sessualità fino a perderne la testa. Sandokan è colui che accompagna gli spostamenti di padre Lazcano, un prete pedofilo che è appena arrivato a destinazione. Lazcano è colui che ha violato Sandokan da bambino: questo ora lo consuma dentro e lo porta a spararsi sotto gli occhi della vittima, dando l’avvio all’indagine di Padre Garcia, un gesuita e psicologo deciso a fare chiarezza sul suicidio e a interrompere presto il loro buen retiro.

Questi quattro personaggi sono ripugnanti ma hanno anche qualcosa di molto umano: gli aspetti negativi dell’essere umano preso nella quotidianità, come la sua vigliaccheria, la sua crudeltà nel grigiore. Eppure si percepisce una spiritualità e un sentimento dolente, uniti ad un senso di colpa che non si vuole neppure riconoscere, perché è indispensabile autoassolversi per evitare l’autodistruzione. 
Allora è necessario mettere in atto una azione che trasformi Sandokan in caprio espiatorio, autore di azioni odiose, mai compiute, a danno della comunità ristretta e ostile del luogo. Salvo poi, per zittire le coscienze di tutto il Club, iniziare a prendersene cura, accogliendolo in pianta stabile nella casa.
Per la Chiesa pare difficile distinguere tra vittime e carnefici, l’attenzione è sempre focalizzata su se stessa e sulla sua intoccabilità.
Molti passaggi della vicenda sono crudi e sgradevoli, ma è impossibile non arrivare a comprendere la psicologia dei sacerdoti, in particolare quella di padre Vidal, interpretato dal superlativo Alfredo Castro.
Una discesa e una risalita dall’inferno delle debolezze umane.
Pablo Larraín sceglie un approccio libero e frontale con riprese che isolano i protagonisti e li costringono a una relazione diretta con la propria pena. Perché uno sguardo esterno modificherebbe il senso di orrore per se stessi.

Titolo: Grazie a Dio (Grâce à Dieu)

Regia: François Ozon

Anno: 2019

Produzione: Francia, Belgio

La storia vera del processo a un prelato ancora in servizio, istruito a seguito della determinazione delle vittime, ormai adulti.
Il film si basa sulla storia vera di un prete pedofilo avvenuta in Francia tra gli anni ottanta e novanta. Un uomo scopre che il prete che ha abusato di lui quando era giovane lavora ancora a contatto con i bambini. Decide che è il momento di agire. 

La narrazione si compone di tre vicende diverse, ma che scorrono parallele. I casi dei tre protagonisti principali appaiono come storie a sé stanti all’interno del racconto. Ognuno ha il suo passato da esorcizzare, il suo presente da vivere, il suo futuro da architettare.
Tre vittime che trovano il coraggio di agire, dopo tanti anni passati a nascondere per paura dei fantasmi e per vergogna.
A differenza di altri casi qui è bellissimo vedere le famiglie delle vittime lottare a fianco a loro. E non tanto le famiglie di origine, che negano, qui come allora, quanto le famiglie costruite, con mogli e figli. A infrangere finalmente quei tabù che normalmente impediscono a queste persone di rivelare a chi li circonda quanto hanno vissuto, per la paura di essere considerati compiacenti.

Qui poco spazio viene dato ai carnefici, che vengono affrontati con determinazione, calma e fermezza. Passa il messaggio che uniti si riesce a sconfiggere un nemico comune perché non si ha colpa di quanto si è subito. Non si confonde, come sarebbe facile fare, le azioni di alcuni uomini della chiesa con la fede di chi ha subito i loro abusi.
“Grazie a Dio, i fatti a cui si fa riferimento sono tutti prescritti”: queste sono le parole che si lascia sfuggire il Cardinale Barbarin, legato di Lione e primate delle Gallie, durante la conferenza stampa che lo obbliga a prendere posizione pubblica rispetto ai fatti, gravissimi, di pedofilia.
La chiesa, anche in questo caso, cerca di risolvere  a modo suo.
Non ottenendo una confessione quanto, piuttosto, il pentimento: non dunque una giustizia terrena, laica, con la conseguente interdizione dagli uffici religiosi, quanto piuttosto il perdono da parte delle vittime.
Il film ci dona un bagliore di speranza che altre azioni simili possano partire da chi ha subito, anche come auto liberazione dai mostri della psiche.

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