PINOCCHIO | La metafora dell’evoluzione

una recensione a cura di Tiziana Garneri

Le favole nascono per i bambini, ma spesso sono pregne di significati per gli adulti.
Le avventure, o le disavventure, di Pinocchio ne sono un esempio complesso che si presta a varie interpretazioni.
Con coraggio, Matteo Garrone, dopo la parentesi di “Dogman”, riprende il filone letterario delle novelle a cui si era già accostato col “Racconto dei racconti“, tratto dall’opera del Basile.
Con molto coraggio, perché la storia del cinema è densa di versioni e adattamenti della storia di Pinocchio.
Tra le tante, anche nella forma fantasy targata Walt Disney. Ci piace ricordare inoltre quella del 1972 creata per la tv con la firma di Luigi Comencini.
O quella diretta da Benigni nel 2002.
Qui Garrone con la co-sceneggiatura di Massimo Ceccherini, che interpreta anche la Volpe, si attiene al testo di Collodi, il cui vero nome è Carlo Lorenzini.

Interpreta la provincia contadina italiana di fine Ottocento tra Lazio, Puglia e Toscana, ispirato dalla pittura di Fattori e, più in generale, dei Macchiaioli. Una provincia contadina semplice, che odora di miseria, pur nella sua dignità, e di solitudine.
Un film volutamente artigianale, scevro di effetti digitali. Basti pensare che Pinocchio, interpretato dal piccolo Federico Lelapi è il frutto di ore di trucco espletato con certosina minuziosità. Garrone si limita a far scorrere la storia, aderente al testo originale.
A partire da Geppetto, un Benigni che tiene a freno la sua consueta esuberanza, offrendoci un’immagine di dolente umanità,

a Mangiafuoco (interpretato da un bravo Luigi Proietti),

alla fata turchina, prima bambina poi donna dai colori smunti, quasi plumbei, un po’ troppo algida e legnosa ,”morta” come vuole la fiaba.

Fino ad arrivare a un grillo parlante, che risulta fastidioso nell’accento napoletano che lo caratterizza.

Tutto ciò, in un lavoro di continua creazione di figure antropomorfe esteticamente riuscite.
Interessante anche la caratterizzazione de Paese dei Balocchi, che non viene rappresentato come un rumoroso luna park, ma sempre in una visione campestre minimale d’altri tempi, in cui i ragazzi si divertono rotolandosi sulle balle di fieno.
In sintesi, tuttavia, a mio parere il risultato del film è un racconto piatto, non coinvolgente, dove non traspare la gioiosa e trasgressiva voglia di vivere e di diventare umano che anima Pinocchio. Un film che suscita nello spettatore scarse emozioni, mai momenti di suspence, un film che non vibra, che appaga gli occhi per la galleria d’arte costituita dalle immagini, ma che lascia però distaccato lo spettatore.
Al di là del giudizio sul film, credo comunque che valga la pena soffermarsi sul significato di un burattino di legno che si trasforma in bambino. L’immediata (ma non esaustiva) interpretazione a seguire ha un valore pedagogico.
A Pinocchio è dato umanizzarsi a patto di comportarsi bene, di essere uno studente modello, di non frequentare cattive compagnie, di non dire bugie che fanno allungare il naso, di volere bene al suo babbo.
Insegnamenti sicuramente saggi…
Ma a a una lettura meno superficiale e più analitica, Pinocchio viene scolpito in ragione di un bisogno narcisistico parte di Geppetto. Collodi ci racconta che il falegname desidera creare un burattino per girare il mondo esibendolo nei teatrini, come marionetta che può fruttar denaro. Quindi per un fine utilitaristico.
Soltanto in seguito, Geppetto, scoprendo che la sua creatura è un ibrido, un pezzo di legno parlante, assume nei suoi confronti un ruolo paterno. E qui Garrone fa un’eccezione al testo, quando Geppetto si mette a correre sull’aia urlando ai vicini “mi è nato un figlio, mi è nato un figlio!”.
Peraltro Pinocchio è un orfano di madre, e la figura materna viene metaforicamente interpretata dalla Fata Turchina , una figura ambivalente , “morta” ma presente per aiutarlo quando egli si mette nei pasticci.
In fondo, questo rozzo pezzo di legno sente l’esigenza di liberarsi della corazza in cui è nato imprigionato.
Egli assume pian piano tutti i comportamenti di un bambino monello, di un preadolescente ribelle, che vuole vivere, fare esperienze, conoscere il mondo, scoprire chi egli è veramente, rifiutando di adeguarsi acriticamente all’immagine che Geppetto, nella propria mente, ha di lui.
Per prove ed errori inizia un percorso di crescita utile, e inevitabile, in ogni adolescente: per questa ragione la trasgressione non assume soltanto una valenza negativa.
Le sue dis-avventure, dall’incontro con Mangiafuoco a quello col Gatto e la Volpe, o col discolo Lucignolo,  lo aiutano a fare esperienza e a capire come gira il mondo.
È interessante la sua innocente fiducia nel Gatto e nella Volpe: Pinocchio viene abbindolato con la promessa di facili guadagni seppellendo le monete nel campo dei miracoli. Un episodio, questo, che può rimandare a fatti assolutamente attuali, in cui gli investitori sono stati abbindolati dalle banche, investendo ignari il denaro in titoli a rischio, con la promessa di alti rendimenti.
La giustizia, inoltre, non può dare sicurezza alcuna al povero burattino: egli, infatti, denunciando al giudice (con l’aspetto di uno scimpanzé), di essere stato raggirato, non solo non viene ascoltato, ma viene addirittura messo in prigione.

E anche questo episodio sembra rimandare a fatti assolutamente attuali nell’amministrazione della giustizia, su cui vi sarebbe molto da disquisire.
Pinocchio impara comunque che la vita non è un parco giochi, puro divertimento, ma fatica quotidiana: lo sperimenta diventando ciuchino per lavorare in un circo, ma una volta azzoppatosi viene gettato in mare con un sasso al collo.
Ritornato di legno e ingoiato dalla balena, egli ritroverà nel nel ventre del pescecane proprio Geppetto, e porterà dunque a compimento la sua crescita evolutiva, salvando se stesso, il babbo…  e il tonno.
Il processo evolutivo si è compiuto: Pinocchio sarà completamente un bambino capace di umanità e di affetti.
Da non dimenticare, infine, che Collodi era probabilmente un affiliato alla Massoneria: se vogliamo considerare questa chiave di lettura, allora possiamo parlare di un testo iniziatico sotto forma di favola per bambini.
Il Pinocchio di legno, in una visione mistico esoterica, siamo noi, che viviamo di materialismo e desideri e attraverso di esso esploriamo il mondo. Se nell’ambito della nostra vita riusciamo ad evolverci tanto da prendere contatto con le dimensioni più sottili in cui risiede la nostra parte spirituale, il corpo di legno di  Pinocchio (vale a dire il nostro corpo biologico) può trasformarsi in un vero bambino vivente. Cioè il nostro corpo biologico genera da se stesso un corpo spirituale eterno, che mantiene personalità, ricordi, mente ed emotività. Geppetto diventa allora il demiurgo, il creatore di Platone, un’entità che crea esseri imperfetti tentati dalla vita materiale. La fata turchina simbolo del Grande Dio, che ha il compito di conferire al burattino il “nous” degli gnostici attraverso il dono del libero arbitrio.
Nella visione esoterica le persone, prima di essere illuminate, sono ”grezze”.
Quando Pinocchio viene  trasformato in asino, rivela il lato più bestiale di sé. Si tratta di un riferimento all’ “Asino d’oro” di Apuleio. Quando Pinocchio va in mare per cercare Geppetto, viene inghiottito dalla balena, il cui ventre è simbolo di ignoranza. Egli sceglie così di fuggire verso la via della illuminazione. Nuovamente, si tratta di un riferimento letterario al “Libro di Giona”, un testo sia della Bibbia ebraica che cristiana.
In sintesi: la via verso l’illuminazione è irta di ostacoli e prove da superare.
E, per concludere, una visione religiosa: Geppetto è un falegname come il padre di Gesù, e lo crea senza una donna: in una tale prospettiva la fata turchina simboleggia Maria e i suoi interventi provvidenziali.
Quella di Pinocchio è una storia di crescita e di ritorno al padre, come nella parabola del Figliol Prodigo.
Perché Pinocchio è un capolavoro della letteratura universale, opera senza tempo a partire dalla quale è lecito scatenare le più varie interpretazioni.

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