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PRIGIONE 77 | Dei delitti e delle pene

Titolo originale: Modelo 77
Regia: Alberto Rodríguez
Anno: 2022
Produzione: Spagna

una recensione a cura di Chiara Lepschy e Giuseppe Minerva

Barcellona, 1976.

Francisco Franco, il Caudillo de España, è morto da poche settimane e la situazione politica è incandescente in tutta la Spagna. Riuscirà la democrazia a resuscitare dopo quasi quarant’anni di ininterrotto Franchismo?

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Anche le carceri spagnole vivono una sorta di tempo sospeso, in attesa che accada qualcosa. Nel Cárcel Modelo del capoluogo catalano (mai eufemismo più beffardo è stato utilizzato per indicare una struttura di questo genere) arriva Manuel, un giovane arrestato per appropriazione indebita di una piccola somma di denaro di proprietà dell’azienda presso la quale lavorava. È l’inizio di una vicenda difficile, durante la quale il protagonista entra in contatto con una duplice realtà della quale nulla sapeva: quella della popolazione carceraria e quella – meno nota – degli abusi inflitti ai prigionieri dagli agenti della polizia penitenziaria, strenui oppositori della democrazia in nuce.

Con il trascorrere dei giorni, Manuel conosce i personaggi più influenti del carcere. Tra questi vi sono José Pino – suo compagno di cella e amante dei romanzi di fantascienza – e Marbella – incontrastato e violento boss del carcere – nonché altra varia umanità. Il misurato accanimento con cui chiede conto della propria detenzione e delle accuse rivoltegli, fa scontrare Manuel con l’azione senza regole dei secondini: viene picchiato, posto in isolamento e assegnato ad un difensore d’ufficio svogliato e oberato dalle troppe cause da seguire. Ciononostante non si perde d’animo e, forse proprio per questo, diventa in poco tempo un leader locale del COPEL – il coordinamento dei carcerati in lotta attivo in molti istituti penali spagnoli – e viene preso in simpatia da José Pino. Come il movimento democratico per le strade, il COPEL chiede maggiore democrazia e un provvedimento d’indulto che chiuda con la stagione del Franchismo anche per i detenuti. Ma le cose non andranno bene e i due compagni di cella saranno spostati e torturati in un altro carcere, prima di far ritorno in quello di Barcellona.

Solo l’esercizio del cosiddetto “diritto alla fuga” consentirà loro di lasciare la prigione e mettersi in salvo, senza che – nonostante l’insediarsi di un governo democratico – sia percorsa la strada dell’indulto auspicata dal COPEL e dalla popolazione. Un finale pessimista, senza quella speranza che ha sorretto i protagonisti principali per quasi due anni di lotte.

Il film di Alberto Rodríguez è una piacevole sorpresa per la qualità del risultato e per l’ampiezza e profondità del tema trattato: corre, infatti, sul doppio binario della tematica a sfondo carcerario e dell’opera storico-politica. Ancor più che i personaggi della vicenda – peraltro ben tratteggiati dal punto di vista psicologico e ottimamente interpretati dagli attori – è da sottolineare la buona riuscita nel delineare con poche pennellate un quadro chiaro di cos’è stata l’epoca della cosiddetta transición spagnola della seconda metà degli anni Settanta, senza indugiare troppo sui dettagli più scabrosi pur senza trascurare nulla. Il quadro che emerge, come sempre capita nel caso delle dittature giunte al loro termine, è il completo scollamento fra una popolazione desiderosa di tornare finalmente ad una normale libertà e il funzionamento delle strutture dello stato – in particolare giudiziarie, di sicurezza e dell’esercito – che, invece, restano ancorate al vecchio sistema politico, opprimente e violento.

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La storia raccontata si presenta, quindi, come un viaggio della speranza di un mondo, quello carcerario, riempito fino alle estreme conseguenze di persone punite con pene e trattamenti disumani per il solo fatto di essere oppositori politici, omosessuali o senza fissa dimora. Con un’interminabile permanenza in cella dovuta sia alle lunghe condanne, sia all’intasamento dei tribunali – dovuto ai troppi processi – che rende praticamente impossibile arrivare a sentenza in tempi non biblici.

Il carcere, infatti, è stato semplicemente una cloaca in cui scaricare, secondo la visione del governo di Francisco Franco, non solo i delinquenti abituali ma anche – e forse soprattutto – lo “sporco” della società e gli “irregolari” di ogni genere, che un regime fascista non poteva tollerare per statuto.

Un film, quindi, ben riuscito sia dal punto di vista del cast sia sotto il profilo dei generi che a cui fa riferimento, con una capacità di restituire l’immagine architettonica del carcere (che più volte è ripreso dall’esterno in un modo che lo fa apparire come un’enorme cattedrale) che a tratti fa quasi dimenticare la disumanità del luogo e del contesto. Ottimi anche i tempi e il montaggio che, pur strizzando l’occhio al cinema americano, mantengono la profondità civile e tematica della tradizione europea.

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