associazione di promozione sociale

RITORNO A SEOUL | All the people I’ll never be

Titolo originale: Retour à Séoul

Regia: Davy Chou

Anno: 2022

Produzione: Cambogia, Francia, Belgio, Germania, Corea del Sud, Romania, Qatar

una recensione a cura di Elena Pacca

I want to ask my father if he enjoyed his life
I want to ask why the natural became unnatural
And why the unnatural became natural
Why am I not in my life and
In some other person’s life?
This is real, it isn’t a gamble or a game
It’s just one life
Who are you living for?

[BTS – K-Pop Boy Band]

Davy Chou sta addosso a Frédérique Benoît “Freddie” con la voracità di uno stalker, non abbandonandola mai, se non per cesure temporali che ci consegnano ogni volta una Freddie mutata, non solo interiormente ma esteticamente, lungo un arco di otto anni. Lei è sempre lei ma non è più lei e non è ancora lei. Una ragazza in divenire, un abbozzo che autoscolpisce la propria identità come uno scultore da un blocco di pietra.

Seoul è l’approdo di un’apparente disguido casuale che da Tokyo la dirotta nella capitale sudcoreana. Freddie, adottata da piccola da una coppia francese e cresciuta a Parigi, sa che quella è la sua terra d’origine. Quella in cui prova a trovare risposte o, forse, a ridefinire nuove domande. Il perché di un abbandono, di una mancata assunzione del ruolo materno e di un silenzio lungo una vita.

Grazie a Tena, receptionist dell’hotel, che in qualche modo sarà un’assistente di viaggio alla ricerca, un Virgilio al seguito di un girovagare immersivo nella cultura coreana e nello scandaglio di sentimenti contrastanti e controversi, di attrazione/repulsione, disattesa delle aspettative, timori e speranze. In modo assai facile, Freddie, all’Istituto centrale delle adozioni, viene a conoscenza del suo fascicolo e viene avviata la procedura per contattare i genitori biologici.
Il padre risponde subito, inanellando una sequela di situazioni imbarazzanti (per Freddie), sensi di colpa, maldestre dimostrazioni di affetto, ubriachezza molesta e distanza siderale da una ragazza cresciuta a Parigi.
La madre no. Il silenzio tombale, equivalente a un secondo rifiuto è il danno permanente che si abbatte su Freddie. Perché è quello definitivo razionale, ponderato. Ingiustificabile quanto forse non sarebbe stato quello giovanile, gravato da problematiche forse non perdonabili, ma comprensibili.

Ritorno a Seoul img 1 elena

Freddie è alla deriva in una terra straniera che, come l’aeroporto che l’ha inopinatamente condotta qui a ricercare il suo passato inesistente per l’anelito di un incontro/ritrovamento forse solo mitizzato, è un prolungamento e un ampliamento del concetto di nonluogo. Quelli in cui la solitudine alberga in un flusso continuo di precarietà, di provvisorietà che impedisce vere correlazioni, ancoraggi e punti fermi cui aggrapparsi per non essere trascinati via più o meno consapevolmente, rimbalzando su cose e persone come palline di un flipper. Così è la Corea o meglio Seoul, che più volte, dacché Freddie vi ritornerà in seguito dopo quel primo viaggio iniziale, fa da sponda cieca e fessa della sua inquietudine e del suo malessere montante.

Messi al bando i sentimentalismi, non c’è spazio per indulgere e compartecipare al dolore sordo di Freddie che non concede alcun moto di pietas, ma anzi, serrata nel suo giubbotto, è ostile, scorbutica, dura e spietata con chi tenta di avvicinarsi e comprenderla, aiutarla. Una ragazza respingente, provocatrice, che delude gli altri e, inevitabilmente, conseguentemente sé stessa. Il suo andare e tornare, assomiglia al volo impazzito di una farfalla che sbatte stolidamente contro un vetro che gli impedisce di uscire da quell’ossessione latente, di trovare risposte laddove forse risposte non ci sono. Si acciacca, si fa male in questa ricerca, ma sembra non demordere, con quella pervicacia che la indurisce e crea il vuoto attorno a sé.

Non so quanto il doppiaggio possa restituire i vertici della triangolazione linguistica – francese, coreano e inglese elementare – le prime due quelle esclusive e native e la terza quella del link di sommaria e scarsa congiunzione fra chi, oltre alla difficoltà di esprimere ciò che prova, ha la difficoltà oggettiva di sapere come dirlo, reso assai bene dagli sguardi che si interrogano sul reale significato di certe parole, sulla perplessità o il timore che non sia stato reso chiaramente il proprio pensiero, la propria volontà e che si configura quindi non come ponte interpretativo, ma come frammentazione segmentaria che aggiunge, dunque, incertezza a incertezza.

In cammino verso un destino in bilico, assistiamo, da ultimo, a una nuova tappa che ovviamente non è definitiva, Il regista si ferma qui, ma è come se il film portasse con sé la necessità di un prosieguo previsto, ma solo immaginato. La freddezza che si stempera un po’ nel finale, in realtà produce un effetto retard, con il rilascio di un ripensamento emotivo che ci accorda maggiormente con i sentimenti di Freddie, come se, finalmente, superata la barriera, come un terreno la pioggia, il film inzuppasse il campo delle nostro sentire.

Ritorno a Seoul img 2 elena
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