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RUMORE BIANCO | Sommersi e felici

Titolo originale: White Noise

Regia: Noah Baumbach

Anno: 2022

Produzione: Stati Uniti d’America, Regno Unito

una recensione a cura di Chiara Lepschy e Giuseppe Minerva

Il rumore bianco è costituito, in ambito sonoro e per estensione in quello elettromagnetico, da un insieme estremamente ampio di toni acustici (o frequenze di trasmissione) caratterizzati da una stessa (o molto simile) intensità, nonché dalla mancanza di periodicità nel tempo. Il risultato, sonoro o elettromagnetico che sia, è costituito da un rumore di “fondo” indistinto e privo di informazione utile. La definizione di bianco deriva dal fatto che quando sono presenti tutte le frequenze elettromagnetiche nel campo del cosiddetto “visibile”, la luce risultante è priva di colore, cioè bianca.

Al rumore bianco e alla sua capacità di disturbare – e in alcuni casi di nascondere totalmente – altri “rumori” o “segnali” importanti, fanno riferimento il titolo del terzo film Netflix di Noah Baumbach – dopo Storia di un matrimonio (2019) e The Meyerowitz Stories (2017) – e il romanzo di Don DeLillo (1975) da cui è tratto.

Rumore bianco img 1 beppe e chiara

Nel libro e nella sua trasposizione cinematografica – un soggetto di maggior ambizione e più ampio orizzonte rispetto a quelli dei precedenti lavori del regista – il rumore è costituito dall’insieme delle sollecitazioni – continue e irrilevanti – provenienti dal mondo consumistico e privo di profondità che circonda l’uomo. Il consumo spesso compulsivo di ogni tipo di bene, l’intrattenimento fine a se stesso e il costante chiacchiericcio, infatti, tengono sotto il livello minimo di consapevolezza i grandi temi dell’esistenza, come la finitezza della vita e la paura della morte. Una prima esemplificazione di questo tema si ha nella scena iniziale del film, quando nel corso di una lezione universitaria è illustrata dal professor Siskind (Don Cheadle) una lunga teoria di incidenti stradali e ferroviari riprodotti dal cinema, di cui è evidenziata – depotenziandone completamente il valore drammatico – la sola valenza puramente spettacolare.

Protagonista della vicenda narrata è la famiglia del professor Jack Gladney (Adam Driver) esperto di “Hitlerologia”, ovvero dello studio della figura di Adolf Hitler in ogni suo risvolto. Tale scelta permette allo scrittore e al regista di ironizzare non poco sull’ambiente accademico, sul suo scollamento dalla realtà e sulla sua conseguente vacuità, nonché su certe forme di superficialità e (auto)inganno. Il massimo esperto di “Hitlerologia”, infatti, pretende una buona comprensione del tedesco da parte dei suoi studenti pur non conoscendo esso stesso la lingua, manchevolezza che tenta di risolvere prendendo goffe lezioni di nascosto e raggiungendo la casa dell’insegnante in incognito.

Ma nonostante l’evidente ironia di alcuni passaggi, il tema principale è l’angoscia esistenziale che attanaglia Jack e la moglie Babette (Greta Gerwig), anestetizzata con i discutibili rimedi proposti della società dei consumi. Tale angoscia, con il correlato della sempre latente paura della morte, emerge prepotentemente quando una nube tossica liberata da un incidente ferroviario minaccia il campus universitario e la famiglia Gladney è costretta a lasciare la casa dopo un’iniziale sottovalutazione del pericolo ai limiti del negazionismo.

Da qui prende avvio la seconda parte del film, in cui Jack – dopo la fuga con i familiari, la preoccupata ricerca di benzina e il ricovero in un centro profughi improvvisato – scopre di essere stato esposto agli inquinanti chimici per un periodo di tempo troppo lungo. Il concreto pericolo di sviluppare una malattia mortale a distanza di anni, spinge Jack a fare i conti con le proprie paure e ad indagare finalmente su quelle della moglie, che da mesi assume un misterioso farmaco inesistente sul mercato. Dopo un rocambolesco (e grottesco) incontro con colui che fornisce il medicinale a Babette, la vicenda vira verso un finale che torna al rassicurante (?) mondo dei consumi. In un supermercato popolato da clienti che improvvisano un balletto di massa che non può non ricordare in certi passaggi il video Thriller di Michael Jackson, il film si chiude con una rappresentazione degli stessi come zombie felici, che può essere letta come una metafora delle nefaste conseguenze del consumismo.

Rumore bianco img 2 beppe e chiara

Ciò che, ancora una volta, risuona maggiormente in Baumbach è il contesto dei rapporti familiari, sempre presente nelle sue opere. In questo caso si ha una famiglia – con più matrimoni alle spalle e figli avuti anche in unioni precedenti – basata su una coppia di genitori sufficientemente stralunata, che si muove fra i classici problemi di comunicazione e sincerità. Il tutto in un percorso a ostacoli, esterni e soprattutto interni, nel quale il regista cerca di districarsi alternando differenti linguaggi, dalla commedia grottesca al dramma, fino alla storia con venature thriller e horror. Per un risultato finale interessante ma non totalmente convincente, che affrontando i vari temi non arriva a renderne al meglio nessuno, quasi perdendosi – a sua volta – in un rumore di fondo cinematografico.

Rumore bianco img 3 beppe e chiara
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