associazione di promozione sociale

SAINT OMER | Il peccato più grande

Regia: Alice Diop

Anno: 2022

Produzione: Francia

una recensione a cura di Liliana Giustetto

Leone del Futuro – Premio Venezia opera prima “Luigi De Laurentiis” e Leone d’argento – Gran premio della giuria alla 79ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Alice Diop narra una storia partendo da una vicenda realmente accaduta e in merito a cui ha assistito al processo in prima persona.

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La protagonista è Rama, un’insegnante di letteratura e teatro che sta preparando la messa in scena della Medea, la mitica madre greca colpevole di aver ucciso i suoi figli, ispirandosi alla Medea di Euripide e consultando le scene del film Medea di Pier Paolo Pasolini.

Rama decide di andare ad assistere, a Saint Omer, al processo intentato contro una giovane donna di origine africana, Laurence Coly, che ha commesso un infanticidio.

La donna, studentessa senegalese, a Parigi da molti anni, ha ucciso la sua bambina di quindici mesi, abbandonandola su una spiaggia, in balia dell’alta marea.

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Con la guida di un giudice comprensivo ed umano l’imputata cerca di elaborare gli avvenimenti che sono – anche per lei stessa – un mistero, in quanto non riesce a spiegare il motivo per le azioni che ha compiuto, se non attribuendo la spiegazione a spiriti maligni che l’hanno condizionata.

Durante il dibattimento Rama, che è incinta, prova un sempre più crescente disagio, immedesimandosi, anche fisicamente, con l’imputata. E questo le provoca un enorme sofferenza, anche perché teme di identificarsi con la sua stessa madre, una donna che non ha mai saputo comunicare il suo amore alla figlia.

In realtà assistiamo a tre processi in uno: il processo vero nell’aula del tribunale, il processo della figlia verso la madre e, più importante di tutti, il processo verso la maternità stessa.
Un ingombrante, innegabile, sentimento diffuso verso le madri che compiono un gesto estremo nei confronti dei propri figli.
Un peso estremamente maggiore di quello che si mette sopra qualunque omicidio, sopra agli omicidi verso i bambini, e anche, in assoluto, verso i padri che compiono il medesimo reato.

Se fosse stato un padre a compiere questo gesto quanto si sarebbe inorridita l’opinione pubblica?
Non è forse considerata più mostruosa una madre che uccide la propria prole piuttosto che un padre?

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La domanda che sorge spontanea è se, davvero, il legame tra madre e figlio sia qualcosa di così inattaccabile, tanto da trasformare qualunque cosa che lo recida in innominabile. Va detto che verso la fine del film ci viene fornita una sorta di risposta che parla di questo legame come qualcosa che sta nella biologia delle cellule, forse molto più che nella testa e nel cuore.

Saint Omer è una pellicola elegantissima, caratterizzata da un’operazione a levare piuttosto che ad aggiungere. Ma è anche un vero pugno nello stomaco!
In esso si vede pochissimo, tranne che intensi primi piani di personaggi, che pare ci guardino negli occhi. Nella sala di tribunale, gremita principalmente di donne – che sono la maggioranza tra i giudici, anche se la pubblica accusa è affidata ad un uomo – non si legge mai uno sguardo di deprecazione, ma piuttosto di terrore e di dolore, con tante lacrime che scorrono.

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Lacrime che sgorgano direttamente dalla più profonda intimità di ogni donna; per i vissuti di ognuna di quelle donne, fatti di di maternità avute, negate, non concesse. In una sfera della vita che è preclusa agli uomini, letteralmente e biologicamente.
Assistiamo nel film a un’analisi sul fatto stesso di essere donna, al puntare il dito sulla proibizione di cedere e di sbagliare.

A supporto di ciò, ricordiamo come nelle prime scene Rama – durante una lezione imperniata sul film Hiroshima mon amour dal testo di Marguerite Duras – mostri immagini di repertorio che descrivono la rasatura dei capelli alle donne amanti dei militari nemici durante la seconda guerra mondiale.

Il film presenta una regia illuminata per il primo lungometraggio di questa giovane regista, Alice Diop, nata in Francia da genitori senegalesi, fino ad oggi una documentarista che raccontava la vita di emarginazione nelle banlieue francesi, facendosi carico di narrare il senso di estraneità della sua gente sia in patria che nel paese di adozione.

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