associazione di promozione sociale

SALTBURN | Both ends burning

Regia: Emerald Fennell

Anno: 2023

Produzione: Stati Uniti d’America, Regno Unito

una recensione a cura di Elena Pacca

Non ci inganni l’incipit classico. Un college d’elite – Oxford – studenti di alto lignaggio, assolutamente non preoccupati del corso di studi ma dediti a feste alcool droga sesso e chi invece è semplice borsista, emarginato e succube del fascino esercitato da chi lo ignora, e di lui si prende gioco. Ed è un gioco al massacro quello che allestisce Emerald Fennell, alla sua seconda opera. Un’opera pop che attinge nella piena consapevolezza delle capacità del postmoderno, a tutto ciò che è funzionale alla sua messinscena. Dal thriller gotico – una aggiornata versione della Famiglia Addams più reale che immaginaria – attraverso gli incubi claustrofobici di Get Out, alla pasoliniana famiglia disfunzionale di Teorema, passando per i bucolici, dorati e virati miele indugi adolescenziali di Guadagnino, l’ambiguità melliflua de Il talento di Mr. Ripley, la retroazione a tappe e l’agnizione finale in cui noi, pubblico, diventiamo Chazz Palminteri ne I soliti sospetti, attraverso cromatismi sofiacoppoliani che ci conducono ad un approdo – che è sempre ineluttabile deriva – alla Lanthimos. E poi niente di tutto questo e molto di tanto altro che io non coglierò perché la bellezza, il limite o il fascino perverso e a tratti intellettuale del post moderno è proprio questo: infarcire di indizi più o meno nascosti, di suggestioni, rimandi o semplici attimi che alla maniera di Cartier Bresson sono fotografie, frame che o si prendono o sono lasciati e forse (a meno di molteplici visioni) persi.

Disturbante quanto basta Oliver/uno strepitoso (as usual) Barry Keoghan è quello che appare, quello che scopriremo e quello che sarà. All’inizio vediamo il volto riflesso dai vetri di una finestra che lo nasconde alla vista di chi è fuori, declinato o meglio scomposto in più riflessi affiancati come tessere di caleidoscopio.Una sorta di multipersonalità perfettamente celata dietro a una mobilità facciale che sembra forgiata nella plastilina per una animazione in stop motion. Intuiamo che ciò che appare non è tutta la verità nient’altro che la verità ma è un insieme di verità e falso che si incastrano come tessere di un puzzle che a tratti ci forza la mano per far combaciare l’ambito di ciò che stiamo guardando. Gli occhi liquidi di Keoghan ristagnano silenti in sguardi fissi che assorbono ciò che stanno guardando restituendo un nulla che non sappiamo con certezza ma intuiamo essere profondo, abissale.

Saltburn img 1 elena

Emerald Fennell costruisce la sua disruption con meno clamore (e acclamazione dei critici) di un Triangle of Sadness, ma con altrettanta ambizione, demolisce una classe parassita e abietta, che sostiene una recita perenne, sia quando ama le feste in maschera sia quando la maschera altro non è che l’immagine quotidiana con cui si approcciano al mondo con l’arroganza e in parte lo sfoggio di eccentricità trasgressiva e opportunistica di chi quel mondo un tempo lo dominava, lo fagocitava e ne risputava le ossa spolpate.

Non parliamo certo di lotta di classe ma di ritratto irriverente che sfida una pruderie quasi vittoriana in cui anche il sesso è strumento di potere e di sottomissione, e, per esempio nella figura di Venetia/Alison Oliver la figlia dei proprietari della mastodontica tenuta di Saltburn teatro principale della storia, in risposta a un’anoressia alimentare che si nutre di pasti vomitati immediatamente dopo averli ingeriti, fa da contraltare un appetito sessuale famelico.

Menzione speciale per Rosamund Pike, algida ma non irreprensibile mater familias con un passato da modella ormai sprofondata nel languore di una quiete apparente dove i demoni si agitano sottopelle.

Saltburn è un film derivativo e al tempo stesso originale nelle sue volute barocche che si avvalgono dei fluidi corporei per tracciare linee di demarcazione da infrangere. E la scena finale, spoilerata e rilanciata dai social, è una messa a nudo che, scansato il didascalismo, estende e nobilita quel commercial di Idealista dove trovandosi perfettamente a proprio agio in quella che sarà la sua nuova dimora il cliente si avvantaggia spiazzando l’agente immobiliare denudandosi per andare a fare la doccia. Oliver danza senza abiti per le stanze, i corridoi e i saloni degli appartamenti. Un’accelerazione, un arresto, una danza tribale energica ed elegante, vitalistica e ferale, da Julian di American Gigolo a Martin di Another Round, a un Gene Kelly ovunque che catalizza la scena e corona il sogno di conquista: un giorno tutto questo sarà mio e quel giorno è finalmente arrivato. E in fondo poco importa di quella scia di cadaveri eccellenti e forse in qualche caso innocenti. In fondo l’opera al nero si compie. Sta a noi stare al gioco (e divertirci) o rifuggire da un film che si autocompiace di sé stesso e, peccando di hybris, allarga la schiera dei detrattori.

And so, and so, and so, and so, and so, and so, and so

You’ll just have to pray

If you think you’re getting away

I will prove you wrong

I’ll take you all the way

Stay another song

I’ll blow you all away

Saltburn img 2 elena
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