associazione di promozione sociale

SCORDATO | La penombra che abbiamo attraversato

Regia: Rocco Papaleo

Anno: 2023

Produzione: Italia

una recensione a cura di Elena Pacca

Siamo tutti apprendisti in un mestiere dove non si diventa mai maestri: la vita.
[Ernest Hemingway]

La potenza della musica parte da un coro di bambini che intona davanti a una suora “Il paradiso” di Patty Pravo. 
La potenza (no, non quella che potrebbe diventare una piccola Dubai, altro che Matera!) della musica è la voce di Giorgia, è quella nota che si accorda alla melodia, e un viaggio à rebours che scopre verità nascoste, persone scordate, di cui si è voluto perdere il ricordo o perché ci suonano strane.
Rocco Papaleo è Orlando, solitario, stropicciato e sfranto accordatore di pianoforti che un giorno incontra Olga, fisioterapista empatica, donna che canta nel coro e anche da sola. Che lo vede per quello che è: un uomo storto, inclinato dalla vita che scivola via a grandi passi, preda di una “contrattura emotiva” che gli procura un forte mal di schiena, con un’improbabile vita parasessuale e l’abuso di canne – oltre sei al giorno – gli rinfaccia il figlio.

Scordato img 1 elena

Ma, un momento, Orlando non ha figli. Quel ragazzo con cui dialoga da oltre un mese e che un giorno gli ha fatto aprire una certa finestra è lui stesso, un giovane Orlando caustico e protettivo (un sorprendente Simone Corbisiero che non si mangia il ruolo ma lo compone con grazia e coloriture mai fuori posto). Quel fuori posto che invece è il luogo elettivo di Orlando. Spazio metafisico in cui ama crogiolarsi suo malgrado. C’è una dolcezza malinconica in quegli occhi a calare, che a volte si sorprendono spalancandosi e altre volte si ritraggono come il capo di una testuggine per distogliere lo sguardo, impedirsi qualcosa, che sia bello o brutto, proteggersi. 
Il paese natio, Lauria, abbandonato in gioventù e ritrovato con il pretesto di andare a prendere delle foto da ragazzo per mostrare a Olga quanto lui fosse stato dritto, è il banco di prova del suo stare ostinatamente ancorato al presente, rifuggendo il passato, temuto come un lupo nel bosco la notte. Anziché sbiadito, come invece il presente desaturato, il passato rievocato e rivissuto attraverso le fotografie assume i colori intensi e sovradosati di certe cartoline d’epoca dove ogni colore è più colore del reale. La caduta realmente patita da Orlando sulla spiaggia dall’apice della piramide umana, preconizza la caduta e la frattura che avverranno nella sua vita e in quella dei suoi cari, di lì a poco. Il viaggio, nel tempo, nello spazio e nell’animo è una sorta di seduta psicanalitica in movimento, il cui incedere si compone di soste, tentennamenti, ritorni, scelte e ricomposizioni. Tra momenti dove la risata ha la meglio, tra quelli dove la battuta è amaramente pungente, quelli in cui ci pare di pedinare il Tenero Giacomo della Settimana Enigmistica alle prese con cose più grandi di lui, dove la tenerezza impacciata, un po’ goffa ci fa sorridere dal dispiacere, la storia, non tradisce e non incespica. E vola verso in finale che, seppur previsto, lascia spazio alla magia e alla poesia di un incontro. E come un libro, che, oltre a quello che c’è dentro deve avere un buon incipit, e un altrettanto degno finale, Orlando/Rocco Papaleo, finalmente sbloccato, come “un insieme armonico di piccole scordature”, non delude. Noi siamo chi siamo stati e chi abbiamo incontrato. Uniti come ne Il Quarto Stato (verticalmente e non schierati) in una lotta continua e disarmata per afferrare – questa volta con un sorriso che raddrizza il passo – il senso della vita.

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