SOTTO IL BURQA | Il film della settimana

Regia: Nora Twomey

Produzione: Canada, Irlanda, Lussemburgo

Anno: 2017

una recensione a cura di Umberto Mosca

Vent’anni di rappresentazioni cinematografiche sull’Afghanistan costituiscono un osservatorio ideale per costruire e alimentare l’immaginario collettivo di un Paese tradizionalmente schiacciato su un’inafferrabile miscela di opacità e invisibilità.

Ci voleva una regista irlandese innamorata dei racconti mitologici della sua terra, Norah Twomey, per realizzare un viaggio per immagini nella Kabul già narrata dalla scrittrice Deborah Ellis e per rievocarne le radici magico-artistiche.

E poiché le vie della narrazione vivono sull’intreccio perenne tra il cinema e la letteratura, è di certo utile ricordare come proprio nell’anno della pubblicazione del primo libro della Ellis (2002) a Kabul si stesse girando Osama (diretto dal cineasta afghano Siddiq Barmak e uscito nel 2003), il primo film afghano ad esser stato prodotto dopo la caduta dei Taliban, incentrato sulle stesse situazioni e tematiche.

Uscito nel 2017 e disponibile su Netflix con il titolo del romanzo (Sotto il burqa, appunto), The Breadwinner – I racconti di Parvana è un piccolo film di animazione che ha la forza di condensare in una fiaba per bambini e adulti la Storia e la Cronaca, attraverso l’efficace sineddoche di una modesta famiglia afghana, per rappresentare tutte le altre.

Come tutti gli eventi terribili che colpiscono un popolo, essi hanno bisogno di trasformarsi in una narrazione epica: così la storia immaginata diventa l’universo parallelo in cui proiettare gli avvenimenti dandogli un ordine per cercare di spiegarli, attribuendogli un significato superiore che possa essere di consolazione. È solo in questo modo che le storie dei singoli si possono trasformare in una grande narrazione collettiva, in semi fecondi – come vuole l’importante metafora del racconto nel racconto – che danno nutrimento a tutto il villaggio e lo aiutano a sopravvivere.

In questa prospettiva, i racconti di Parvana, la piccola protagonista, sono la prova vivente del bisogno di raccontare per non soccombere al devastante dolore interiore, come suggerisce la scena chiave del film in cui la ragazzina si mette all’inseguimento dei tanti pezzi della fotografia del padre stracciata con furia dalla guardia del carcere.

Sotto il burqa, nella sua semplicità, è puro cinema, creatore di visioni potenti e di incisive autoriflessioni sulla funzione stessa delle storie e sul loro valore terapeutico. Un originale studio cromatico, dove basta vestirsi da maschi perché la città acquisti improvvisamente colore. Una consapevole costruzione dello spazio scenico, dove il paesaggio si annulla progressivamente e restano soltanto le figure umane, che si protendono nel deserto sociale dell’empatia e delle relazioni. Un labirintico gioco di sguardi reciproci, dove il principale atto di coraggio è quello di voler provare a “guardare fuori”, oltre la vista soffocata da quei padri punitivi e repressivi – i Taliban – che governano una città tenendola costantemente sotto i propri occhi e, così facendo, la spogliano progressivamente di ogni tinta distintiva.

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