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[SPECIALE] CABINET OF CURIOSITIES | La bellezza sta negli occhi di chi guarda. E l’oscurità?

Regia: Guillermo del Toro

Anno: 2022

Produzione: Stati Uniti d’America

una recensione a cura di Deborah Gallo

La bellezza sta negli occhi di chi guarda. E l’oscurità? Probabilmente è questa la domanda che ci si pone, dopo e durante la visione di Cabinet of Curiosities, del regista messicano Guillermo del Toro. Egli ci guida – anzi ci lascia vagare senza indugi – nei mondi distopici, surreali e spaventosi che ha creato negli otto episodi dell’antologica serie horror.

I luoghi lugubri e sporchi di Cabinet of Curiosities — il magazzino pieno di oggetti misteriosi e vecchi dell’episodio Lotto 36, il sottosuolo oltre tomba, buio e umido de I ratti del cimitero, la cantina disordinata e tenebrosa de Il modello di Pickman – ci lasciano addosso una sensazione sudicia, come se avessimo toccato sostanze unte, imbrattanti; forse proprio perché sono la perfetta trasposizione cinematografica della parte più oscura dell’essere umano, e alla sola vista rabbrividiamo, temiamo.

Cabinet of Curiosities img 1 deborah

Il sudicio e lo sporco, i ratti, i personaggi disperati, indebitati, sono la perfetta rappresentazione dell’avidità, della corruzione, della parte più segreta e tenebrosa che appartiene all’umanità. Del Toro intende andare a fondo, non è mai una paura approssimativa quella che tenta di incutere allo spettatore. È oltre le apparenze che l’autore vuole condurci, sotto l’epidermide, oltre la superficie fisica dell’uomo e delle cose, e lo fa attraverso la messa in scena di luoghi inquietanti, soprattutto sotterranei – cantine, magazzini, tombe – poiché la verità, l’essenza delle cose non si trova mai in superficie, ma si nasconde sempre sotto, in fondo. Il parallelismo tra il sottosuolo minaccioso e la profonda oscurità dell’animo umano, e ciò che entrambi celano, è chiaro: la reale natura delle cose non è visibile all’apparenza, è notevolmente lontana dalla superficie, la si trova scavando, perché esiste solamente nel profondo.

È così arduo accettare chi siamo? Non è semplice accogliere i lati postivi insieme a quelli negativi, la parte morale quanto quella immorale, che, invece, tentiamo continuamente di dissimulare attraverso stratagemmi e corazze. Questa è un’altra domanda – spaventosa, oserei dire, poiché turba e disorienta – che del Toro cerca di farci porre in ogni episodio, in particolar modo nel quarto, intitolato L’apparenza. Stacey, impacciata e timida, pur di essere accettata dalle colleghe del lavoro, decide di ricorrere all’utilizzo di una crema popolare per valorizzare la sua bellezza, ma la sostanza le provocherà, invece, un’inquietante trasformazione.

È radicata nell’essere umano la paura di non essere accettati dagli altri, dalla società, l’ansia di non essere all’altezza delle situazioni e Stacey ne è la prova, cinematografica, concreta. C’è chi, come lei, è disposto a tutto pur di sentirsi benvoluto ed apprezzato, anche a snaturarsi completamente, a distorcere la propria vera essenza e a perdere, così, le sue caratteristiche originali, sostituendole con un personaggio inautentico, creato ad hoc per compiacere gli altri. Questo meccanismo, tuttavia, risulta essere deleterio e non fa che condurre gradualmente alla distruzione di sé.

Cabinet of Curiosities img 2 deborah

Per mezzo di Cabinet of Curiosities, del Toro ci conduce nei meandri oscuri del nostro io, ci fa percorrere strade tortuose e ci mostra, bruscamente, chi siamo. Il fine ultimo del regista non è esclusivamente quello di spaventarci, bensì quello di guidarci nell’esplorazione dei nostri lati più tetri, poiché soltanto mediante la consapevolezza è possibile accettare integralmente noi stessi e abbracciare interamente chi siamo, nel bene e nel male. 

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