associazione di promozione sociale

[SPECIALE – FILM CONTRO FILM] EMPIRE OF LIGHT vs IL RITORNO DI CASANOVA | Life is a state of mind

Regia: Sam Mendes

Anno: 2022

Produzione: Stati Uniti d’America, Regno Unito

Regia: Gabriele Salvatores

Anno: 2023

Produzione: Italia, Francia

una recensione a cura di Elena Pacca

Gli alberi

Accenno di un discorso che ancora si ripete
Spuntano sugli alberi le foglie
I germogli freschi s’allentano e distendono
In una verdezza simile al dolore
Forse quelli nascono di nuovo
Mentre noi invecchiamo?
No muoiono anche loro
Il trucco annuale di apparire nuovi
È scritto in fondo a venati anelli
Eppure si dibattono inquieti castelli
Ancora grandi e folti a ogni maggio
Morto è l’anno passato sembrano dire
E s’incomincia di nuovo e daccapo

[Philip Larkin]

To fuck or not to fuck… questo è il dilemma se il cinema ci fotta o no, quanto ne siamo consapevoli e quanto ci piaccia. Il cinema come cura, non semplicemente palliativa, all’esistenza umana, attraversata da quel male di vivere che, talvolta, può prendere il sopravvento e averla vinta. 

Ci sono film inerti e film che innescano una reazione.
Ci sono buoni film, film discreti o pessimi film.
E ci sono i film che sono quelli che vorresti vedere. E tu non lo sai prima di averli visti. Nemmeno ne hai il sentore.
Poi ti siedi, ti accomodi nel senso letterale che proprio ti sistemi per benino per stare in un posto confortevole, le tue cose accanto se c’è un posto libero – e adesso c’è quasi sempre uno o più posti liberi – aspetti che si spengano le luci, ti accolli le siglette dei produttori vari e poi zittisci mentalmente gli ultimi chiacchiericci nel buio e aspetti.
La magia del cinema è questa: aspettare l’inaspettato.
Quello che ti fa fare un balzo metaforico, che ti fa tremare forte (e no, non perché si stia vedendo un film dell’orrore), che ti fa scendere lacrime inarrestabili o salire risate a cuore aperto.

Empire of Light img 1 elena

Come Empire of Light, che appartiene a quella schiera nemmeno così folta, dei film che non lo sai e ti colpiscono a tradimento, perché se, nel film dentro al film, a un certo punto compare Peter Sellers che si incammina verso lo specchio d’acqua con l’ombrello chiuso – una figurina di Magritte che ha già toccato terra dopo la sua discesa dal cielo – ci cammina sopra e poi con l’ombrello saggia la profondità del fondale, in una profondità di campo che ce lo allontana rimpicciolendolo, beh, allora sì che un movimento impercettibilmente scomposto dà luogo ad un pianto sommesso che ha il sapore delle cose tristi che ti rendono felice.

§§§

Il cinema ha un potere demiurgico. Talvolta salvifico. Per chi lo guarda e per chi lo fa.
Due film stilisticamente e visivamente diversi dove il cinema incontra il cinema.
Neuroni specchio della settima arte che ci impone il suo sguardo riflesso.

Mendes ci riporta agli anni ’80. Atmosfere e luci crepuscolari grazie alla mano di Roger Deakins che asseconda il sentimento un po’ dimesso, quasi sottotono utilizzando cromatismi delavè come consunte tappezzerie invecchiate con gli anni. Il candore del bianco un po’ sporco che apre facendo dialogare i pop corn, immancabili al cinema, con i fiocchi di neve che cadono. Un’epoca che sta per finire. Le grandi sale cinematografiche, sontuose, pregiate in facciata anche se con tracce decadenti celate alla vista al pari di un Casanova non più nel pieno fulgore, che si agghinda, appesantisce il maquillage per perpetrare, con il trucco e con l’inganno, la giovinezza e la bellezza perdute.
Personaggi che sono persone, Hilary/Olivia Colman su tutte, si muovono sullo sfondo di una località balneare della costa inglese del Kent, adagiata apparentemente su una sonnacchiosa quiete e invece pronta a far esplodere i conflitti interiori, sociali ed epocali. La politica di Margaret Thatcher, la recessione economica, gli scontri di Brixton, le tensioni razziali. Niente sarà più come prima ma, forse, qualcosa sarà meglio di prima. Chi ha “accusato” Sam Mendes di aver messo troppa carne al fuoco sembra dimenticarsi che la vita non è un binario a senso unico o un’autostrada dritta con poche uscite. L’esistenza è fatta di periodi se non di giorni in cui passi da un impegno di lavoro ad una visita medica ad un incontro con un compagno di scuola che non vedi da vent’anni, mentre cade un governo, e molto altro ancora. E tutto sembra troppo. Insostenibile a volte, ma è così che succede. Nella routine che si tinge di eccezionale, nel normale che si trasforma nell’incredibile.
La monumentale sala cinematografica è il palcoscenico di un intreccio di vicende umane dove nulla accade e tutto accade. Gli stucchi, le dorature, i velluti, le bibite e gli snack e poi le pellicole che si susseguono sullo schermo – annunciate al pubblico sul lungomare dalle lettere removibili gigantesche che compongono i titoli del momento – grazie alla consumata manualità di Norman/Toby Jones, l’attempato e discreto proiezionista che nella sua stanza – antro inaccessibile che custodisce segreti e macchinari preziosi come gioielli della corona, – trova altresì rifugio.
Find the light where the darkness lies recita un’iscrizione murale nel grande foyer ed è proprio grazie a quel buio in sala, a quello schermo dove si riversano le storie, e dove noi riversiamo la nostra in un processo osmotico che è un flusso costante di sensazioni ed emozioni, che siamo disposti a perderci, come a seguire il pulviscolo luminoso che galleggia nel fascio del proiettore, polvere magica, al pari delle lucciole di Peter Pan.

Il ritorno di Casanova img 1 elena

Salvatores, ai giorni nostri, mette in campo un regista ultrasessantenne in crisi personale e professionale che stenta a terminare il proprio film pur sollecitato dal baluginato traguardo del gareggiare in concorso a Venezia. La continua procrastinazione, per non mettere mai la parola fine, interrompendo così la parentesi terapeutica del film per ripiombare nel vuoto della vita vera, si alterna sempre più ossessivamente con la riproposizione filmica, di quel Ritorno di Casanova – girato e in fase di montaggio – che vede l’aitante seduttore sul viale del tramonto della propria “carriera” d’amatore a cui nessuna donna un tempo sapeva resistere.
Il colore a rappresentare il sogno del cinema, il biancoenero a rappresentare la vita (qui si è scomodato non solo Fellini e il suo ormai sessantennale 8 ½, ma anche Jacques Tati, per non parlare della partita a carte a lume di candela dai rimandi kubrickiani, in una messinscena egotica e ambiziosa che mette a nudo, letteralmente in questo caso, vizi, difetti, gelosie e ripicche dell’ambiente cinema). Purtroppo il compiacimento registico appare evidente sin dalla primissima insistita sequenza del robottino aspirapolvere che vaga incessantemente per casa, rimbalzando sugli ostacoli che incontra, riproponendo ottusamente percorsi di scontro, con quel fascio di luce bianca che si fa strada nell’inerzia della penombra di un appartamento, che quasi ci acceca. Pretenzioso, costruito attorno al proprio ombelico autoriale, il film si incanta su sé stesso, cozzando su un’idea che risulta artificiosa, un esercizio di stile che non trova sponda nella compagine attoriale: Toni Servillo è Leo Bernardi, il protagonista, in una versione meno esuberante, disincantata e brillante di quel Jep Gambardella di sorrentiniani natali, il comparto ex Zelig, Natalino Balasso, Alessandro Besentini e Francesco Villa (Ale e Franz) fatica ad abbandonare i tempi comici, laddove non sono assolutamente richiesti, o l’ammiccamento e Fabrizio Bentivoglio sfodera un repertorio di faccette/boccucce/ammiccamenti ai limiti del sopportabile.
Alla fine, in una sorta di parallelismo performativo, se il film di Leo Bernardi non vince il Leone d’Oro, quello di Salvatores, pur portato a termine, non convince perché non ha né la forza, né la spudoratezza di mettersi in gioco del tutto.

Salvatores consegna un finale sconsolato, intriso di una mestizia forse nemmeno voluta che pare mettere la parola fine, una resa al nuovo che poi chissà se nuovo sia davvero e se questo sia un merito intrinseco.
Mendes, articola la sua passione per il cinema, solo apparentemente con una venatura nostalgica, ma il fatto (anch’esso oggetto di critica) di aver girato in digitale pur dando spazio alla magia romantica della pellicola e delle pizze da montare, dimostra che l’importante è continuare a fare cinema. I mezzi cambiano ma non quello che il cinema è in grado di offrire a sé stesso e agli spettatori.
Perché s’incomincia di nuovo e daccapo. The dream is not over!

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