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[SPECIALE] OPPENHEIMER | Louder Than Bombs

Regia: Christopher Nolan
Anno: 2023
Produzione: Stati Uniti d’America, Regno Unito

una recensione a cura di Elena Pacca

Can you hear the music Robert?
[Niels Bohr a Robert Oppenheimer]

La pioggia, cerchi concentrici. Suggestioni malickiane. Una partenza in sordina. E la componente sonora che assume da subito un ruolo primario nel film. Una partitura in più movimenti che conferisce sottolineature potenti, a tratti hitchcockiane, anche quando paiono non giungere mai a compimento, in una estenuante maratona di seduzione acustica che si autoalimenta di rimando in rimando. Sino a che il tempo – elemento cardine nella filmografia di Nolan, cui non sfugge nemmeno Oppenheimer, si fa stringente, si coniuga, e si scontra, come nella lingua inglese, fra time e weather e tutto accelera in un piano inclinato in cui le biglie correrebbero sfrenatamente se non fossero racchiuse nella boccia di vetro che, come una clessidra che non prevede rovescio, si riempie sino a colmare la giustezza della misura, il raggiungimento del giusto tempo (e dell’uranio necessario) per scatenare l’evento.

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La prima parte è una sorta di sunto delle puntate precedenti per chi non c’era. Un’introduzione ab ovo per poi entrare in medias res, nel nucleo di quanto andremo a vedere. C’è una scena che pare romanzata – e in parte lo è – ma che è realmente accaduta pur con qualche variante. Significativa ed emblematica per due elementi.
La mela è, da che mondo è mondo, simbolo di quel peccato originale che grava sull’uomo e che, qui, determina quello che poi lo stesso Robert Oppenheimer avrà modo di affermare: “Anche i fisici hanno conosciuto il peccato”. Quel peccato originale da cui poi scaturisce il male nel mondo e sul mondo. La corsa agli armamenti, la guerra fredda, un agglomerato di grandi potenze che si tiene sotto scacco come gli scorpioni nel barattolo. Con la differenza che ora gli scorpioni sono più di due. E qualcuno potrebbe pure scappare e sacrificarsi (ricordiamoci la “natura” dello scorpione nella favola di Esopo).
Il secondo meno immediato è quel risveglio di coscienza – nella scena un vero e proprio risveglio di soprassalto che interrompe il sonno (della coscienza) – che fa sì che l’azione abietta, irresponsabile, da lui ideata e messa in atto, venga interrotta, fermata un attimo prima dei suoi effetti letali. Lo scampato pericolo, non solo per la vita del professore ostile ma per la stessa sua che avrebbe avuto altro corso qualora il proposito criminale dell’avvelenamento fosse andato in porto, corre in parallelo a quanto molti anni dopo diventerà un processo irreversibile, inarrestabile, con il dovuto ingombro del contesto storico in cui avviene. Nonostante la previsione delle ipotetiche probabili conseguenze, per la bomba atomica una volta oltrepassato il punto di non ritorno, il morso a quella mela cui la storia non si è sottratta, introiettando quel veleno di cui, purtroppo, non ci si è saputi dotare di antidoto, si compirà.

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Da quel momento aleggia lo spettro di un dilemma che pervade la mente di Robert Oppenheimer, quello della scelta. Un dubbio o quanto meno un tarlo costante se quella perseguita sia stata la scelta giusta. Non solo sull’evento (gli eventi)  tragico di per sé: lo sgancio delle bombe atomiche sulle due città giapponesi di Hiroshima il 6 agosto e Nagasaki il 9 agosto, nel 1945, ma sul seguito, sulle conseguenze di una politica che anziché usarle come deterrente universale per impedire che quanto accaduto potesse accadere ancora e con maggior intensità, ne ha fatto il proprio strumento di potenza e di guerra per il dominio sul resto del mondo.

Nolan da sempre attentissimo all’architettura dei suoi film che, oltre alla bellezza devono possedere solide fondamenta, struttura e materiali conformi e di pregio, articola un percorso di linee narrative che corre come su binari paralleli che si guardano e si fronteggiano, con scarti temporali che non procedono per stazioni lineari ma si sovrappongono, si anticipano e ritardano in una dialettica speculare che si muove anche sul dualismo colore/non colore. Gioca sulla diversa velocità, e su due direttive mutuate direttamente dalla fisica, fissione/fusione in una sorta di inseguimento che incalza e per un attimo coincide per poi procedere nuovamente ognuna per proprio conto.

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Una linea più privata anche se mai come in questo caso il privato si fa pubblico e si confronta con una delle paure più classiche degli statunitensi: quella del comunismo, altro tema che incombe per tutta la durata del film. Un inevitabile elefante nella stanza che viene, anziché ignorato, visto, cercato e immaginato ovunque, palesandone il rischio dati i trascorsi simpatizzanti dai tempi del sostegno ai repubblicani spagnoli contro i franchisti. E una pubblica che è l’ascesa di Oppenheimer – a sua volta arma deflagrante al servizio del potere – nella sua guida appunto al Progetto Manhattan, cioè quella necessità divenuta ad un tratto impellente di realizzare un ordigno bellico nucleare per la prima volta nella storia e soprattutto prima dei nazisti come avevano paventato Einstein e Szilárd nella famosa lettera di sensibilizzazione inviata al Presidente Roosevelt. Il focus è sull’impresa, perché di questo si è trattato, che ha innescato prima ancora dell’ordigno una lotta contro il tempo per arrivare in anticipo sui tedeschi e per poter non solo dettare le condizioni di un conflitto internazionale quale quello sviluppato nella seconda guerra mondiale ma di determinarne le sorti volgendole a proprio favore. Il meccanismo messo in atto è una ricerca fatta di approvvigionamenti, risorse umane ed economiche, segretezza, calcoli, probabilità, dubbi, entusiasmi, conflitti, è un meccanismo che vediamo essere da un certo momento in poi inarrestabile, sottratto al discrimine decisionale degli scienziati, irreversibile come certe reazioni chimiche che, una volta innescate, non consentono più di tornare indietro allo stato iniziale, creando appunto un altro da sé che determina inesorabilmente un nuovo status quo. Non sempre o non del tutto prevedibile al 100% perché, come ribadito, quella dei fisici è accademia, è speculazione, e per quanto accurata e avvalorata da prove e controprove, si tratta pur sempre di teoria.

Ecco
I riflettori si accendono,
gli animatori prendono posto
Tutto è pronto
L’azione sta per cominciare
È uno spettacolo senza precedenti
Un lavoro colossale
Una rappresentazione drammatica e sconvolgente
Gente silenziosa si prepara per un rito
Senza precedenti nella storia

[Libertà Obbligatoria – L’uomo muore, Giorgio Gaber]

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Il tempo di avvicinamento a quello che sarà il test definitivo che sancirà la riuscita del progetto è un crescendo tensivo graduale, che trova spinta anche da momenti di raffreddamento, di acclimatazione per il livello successivo. Arrivati al dunque, la sequenza mostra gli scienziati, in una connotazione quasi da spettatori cinematografici in un classico Drive In americano, allineati a terra oppure in auto, il viso cosparso di crema protettiva e con gli occhiali schermanti che ricordano quelli per guardare i primi film in 3D, con la consapevolezza che dello spettacolo che forse – rimane il dubbio sul fallimento dell’innesco dato dalle avverse condizioni atmosferiche – andrà in scena, loro sono sia spettatori ma, soprattutto, artefici. L’esplosione, dopo il countdown, li esalta e annichilisce contemporaneamente. Percepiamo insieme alle volute giallo arancio che si levano altissime un lunghissimo silenzio che è un vuoto, un quanto di materia sonora che è solo piena di respiri, di piccoli fruscii che non fanno presagire il boato a seguire. Che sorprende e in qualche modo libera l’energia accumulata sino a qual momento. Nolan è il creatore, e, al tempo stesso, il nostro Prometeo, colui che ruba il fuoco per noi e ci accende quale che sia il nostro stato d’animo nel vedere e considerare ciò che quegli uomini in quel momento suppongono, temono, anelano confusamente animati da sentimenti controversi e contrastanti, ma che storicamente non sanno veramente sino al compimento dell’evento reale, della messa in atto bellica.

Osanna e sospetto, ascesa e caduta e una vicenda umana di un uomo fondamentalmente solo – per certi versi simile a quella di Neil Armstrong, delineata da Damien Chazelle in First Man, un altro degli uomini in grado di compiere un’impresa, quel primo passo sulla Luna, che a distanza di soli 24 anni sembrava davvero aprire a un mondo nuovo. Interpretazioni formidabili in una lotta ad armi pari fra tutti quanti anche quelli con minore visibilità. Intensificati dai primi piani implacabili e sfacciati – svetta il trittico maschile Cillian Murphy/Robert Oppenheimer, Robert Downey Jr/Lewis Strauss (nella cui alternanza colore/bianco e nero, ricorda una progenitura nell’episodio Equilibrium diretto da Steven Soderberg, nel film collettivo Eros), Matt Damon/Generale Leslie Groves. E la compagine femminile con la camaleontica Florence Pugh/Jean Tattlock e la mutevole Emily Blunt/Kitty Oppenheimer.

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Un lascito di sensazioni che, come scorie cineattive, si depositano su uno sguardo che non può che sentirsi grato per la visione. Le lenzuola stese, un cappello che vola portato via dal vento e un incontro sullo sfondo con Einstein il cui dialogo rimane, sino al disvelamento finale, lost in translation, Oppenheimer/Murphy, nudo durante l’interrogatorio, un amplesso su quella stessa sedia nell’angusto spazio di quella aula improvvisata, delle mani guantate di bianco che rimangono ferme a negare una stretta invisa, un fotogramma al limite del subliminale di mani guantate a nero questa volta che suggeriscono una versione diversa dal suicidio, l’offerta di alcuni spicchi d’arancio, la solarizzazione di alcune immagini “investite” dal bagliore nucleare, i volti che si sfogliano, gli effetti devastanti della bomba e delle radiazioni, non rappresentati ma immaginati come un imprinting sulla cornea che si sedimenta nella mente.

E poi l’innesto di una reazione a catena, si accendono più focolai, un incendio totale divampa sul pianeta Terra. Forse il mondo è già distrutto. Come una stella morente che ancora emette bagliori ma è già tutto finito.

Brucia brucia senza nessun rimorso
Brucia brucia tanto oramai non serve più
Brucia la sua resistenza, i suoi amori morbosi
Gli sforzi le angosce più inutili
Brucia i congressi la scienza la grande nevrosi
La falsa coscienza lavata col dash
Un grande fuoco nell’aria
Muore la storia
No, non avere pietà
È la fine di questa civiltà

[Libertà Obbligatoria – L’uomo muore, Giorgio Gaber]

Oppenheimer img 6 elena
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