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[SPECIALE] PINOCCHIO DI GUILLERMO DEL TORO | Il ciclo della vita

Titolo originale: Guillermo del Toro’s Pinocchio

Regia: Guillermo del Toro, Mark Gustafson

Anno: 2022

Produzione: Stati Uniti d’America, Messico

una recensione a cura di Tiziana Garneri

Film splendido, impeccabile sia esteticamente che nei contenuti questo Pinocchio di del Toro, che ci mostra tutta la creatività e la genialità del regista messicano supportato dal valido aiuto di Mark Gustafson.
Lo spettatore non può che rimanere affascinato dall’animazione, terreno ben conosciuto dal regista che dichiara che “se l’animazione è una forma d’arte, la Stop Motion è forse la forma più sacra e magica per via del legame tra animatore e pupazzo”.
Vedendo il film non vi è da dubitarne.
Questo Pinocchio che trae spunto dal libro di Collodi, pur distaccandosene in una interpretazione visionaria e personalissima del regista, ha richiesto quindici anni di certosino lavoro da parte di molte persone, dove i singoli personaggi sono costruiti a mano con estrema cura dei particolari, dove anche i movimenti minimali dei visi esprimono emozioni e stati d’animo.
Tutto è perfettamente studiato e creato: il paesino italiano in cui è ambientata la storia in stile un po’ medievale, con le sue case, le strade, la chiesa con i quadri appesi in stile ‘400 e ‘500, il Cristo che campeggia non ancora ultimato, il circo, le scritte sui muri che inneggiano al fascismo: perché questo è il periodo che il regista ha scelto per ambientare la storia.
Prestano la voce ai personaggi famosi attori e pure le musiche di Alexandre Desplat implicano l’uso solo dei legni, spesso accompagnate dalla voce del burattino, che in alcuni momenti diventano parodia delle canzoni fasciste. Ma siamo lungi dal pensare che il film abbia la struttura di un musical.

Pinocchio img 1 tiziana scaled

La trama del film, scritta insieme a Patrick McHale, inizia con la depressione di Geppetto/David Bradley, a causa della perdita del figlio Carlo, deceduto a soli nove anni sotto le bombe della guerra mondiale.
Così il povero falegname diventa alcolizzato per il dolore, ha solo lacrime per piangere e non riesce più a lavorare e a terminare il Cristo da lui costruito in chiesa. 
Elaborato il lutto e in un impeto di furore, novello Frankestein, per mitigare la solitudine crea un burattino in legno.
Il nostro Pinocchio/Gregory Mann prende forma e vita.
È alto e dinoccolato, bellissimo nel riuscire a comunicare solo con i movimenti della bocca e le fessure degli occhi, senza che le venature del volto di legno si muovano ad esprimere ciò che gli passa per la testa.

È intelligente, curioso del mondo, reso immortale dalla vita con l’esuberanza dei ragazzini, un cuore profondamente puro, a suo modo saggio, capace di trasmettere benessere a chi lo conosce.
Geppetto fa però fatica a comprenderlo, sempre facendo paragoni col figlio defunto. Cosa che fa soffrire il nostro burattino.
Tenera è la scena in cui questi, in chiesa, rivolgendosi al Cristo gli dice: “siamo entrambi fatti di legno, perché tu sei amato e io no?”

Pinocchio img 2 tiziana

È però un burattino/ragazzino vivace, e seppur consigliato da Sebastian il Grillo/Ewan McGregor – che il regista immagina molto raffinato, viaggiatore, scrittore, coscienza del nostro eroe, e che abita nel suo cuore – egli marina la scuola e si lascia irretire dal Conte Volpe/Christoph Waltz, proprietario di un circo, figura losca e meschina, una via di mezzo tra la Volpe e il Mangiafuoco di collodiana memoria, avido, cosmopolita, che intravede nel burattino una fonte di guadagno usandolo nel suo circo in giro per l’Italia.
Un contratto capestro che ingenuamente Pinocchio firma, lo obbligherà a sottostare ai suoi voleri pena una forte penale economica.

Non manca nel circo la scimmia detta Spazzatura/Cate Blanchett: agli ordini del conte, servile e subdola, ma in fondo capace di buoni sentimenti quando salva la vita al burattino che il conte vuole bruciare.

Molto interessante è l’idea di ambientare il film in epoca fascista. Perciò il film ha pure una valenza politica, mostrandoci le idee del regista, che ovviamente disprezza il regime.
E lo fa tramite Pinocchio, che non è “una testa di legno” e che non si adegua al motto “credere, obbedire, combattere”, alzando il braccio nel saluto romano perché gli hanno insegnato che la guerra è cosa orribile e pertanto non esita a tener testa anche al podestà.

Pinocchio img 3 tiziana scaled

Pinocchio è un punto di riferimento per il figlio del podestà, Lucignolo, succube e timoroso del padre. Tra i due nascerà una bella amicizia e infine Lucignolo troverà la forza di ribellarsi ai voleri paterni.
In sintesi Pinocchio ha una personalità irriverente e rivoluzionaria. In uno spettacolo a Catania dove è ospite d’onore il Duce, non esita a sbertucciarlo dandogli della “cacca puzzolente”.
E pure quando finirà nel campo di addestramento militare per giovani reclute, il burattino dimostrerà di che tempra è fatto.

E il povero babbo Geppetto? Accortosi di voler bene a questa sua creatura, col grillo va disperatamente alla sua ricerca. Lo aspettano terribili traversie, finendo in mare ingoiato dallo spaventoso pesce cane.
Ma il suo figliolo ovviamente lo aiuterà. Disposto a rinunciare alla sua immortalità pur di salvarlo.
E sì, perché qui la fata turchina è sostituita dalle figure della Vita e della Morte. E pur morendo alcune volte con tanto di bara e becchìni si tratta di morte solo apparente. Pinocchio è creato immortale, ma è disposto a rinunciare a questa caratteristica a fin di bene.
Le immagini di riferimento sono evanescenti, di colore blu, circondate da una luce plumbea.

In fondo questo film ha profondi significati. Si parla di vita, di morte, di guerra, ma anche dello sforzo di comprendere il prossimo anche se inizialmente questo non ci accetta, di identità nel rimanere fedeli a sé stessi, comunque e sempre, della famiglia e del calore degli affetti.
La vita inizia e termina, è un ciclo.
Ciò che è importante è che durante essa ci si sforzi di costruire cose buone col prossimo.
La pigna perfetta che compare come prima immagine del film, raccolta da Carlo, seppellita e da cui nasce un albero, chiude quasi a cerchio la pellicola.
Compare infatti nell’ultima scena quando viene inquadrato un ramo ed essa si stacca e cade a terra perché la vita ha un termine. In un ciclo di nascita e morte che si perpetua eternamente.

Molti sono stati in registi che si sono cimentati nel fare la trasposizione in film del famoso libro collodiano, spesso attenendosi rigorosamente al testo.
A mio modesto parere, però, nessuno è riuscito a raggiungere le vette di questa pellicola. Per la capacità visionaria di creare una versione assolutamente inedita per tecnica, estetica, trasposizione temporale, ribaltamento della figura del burattino, che non è un discolo da educare, ma è spesso migliore e più saggio degli adulti.
Una vera chicca da gustare e assolutamente da non perdere. Fonte di riflessione offerta allo spettatore con garbo e leggerezza.

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