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[SPECIALE] RAPITO | Corpo di reato

Regia: Marco Bellocchio

Anno: 2023

Produzione: Italia, Francia, Germania

una recensione a cura di Elena Pacca

Bastano poche gocce d’acqua a dare la forma di un’intera esistenza traghettandola da una riva all’altra, prima come atto di forza e poi come convincimento che non permette la via di un ritorno.
Edgardo, figlio di una famiglia ebraica bolognese viene battezzato dalla domestica cattolica, quando presumendo che il bambino sia in punto di morte – rischiando dunque di finire nel limbo – si convince (o meglio, si fa convincere) che sia necessario battezzarlo in qualche modo per potergli garantire il paradiso altrimenti negato. Sei anni dopo, nel 1858, questo episodio verrà alla luce e il bambino verrà prelevato coercitivamente dalla polizia pontificia della santa inquisizione affinché venga cresciuto sotto il precetto cristiano.
Si avvia così la storia di Rapito e di quel bambino poi ragazzo che, sottratto alla sua famiglia d’origine e mai restituito nonostante le richieste, le suppliche, le intercessioni, il coinvolgimento dell’opinione pubblica locale e internazionale, poi scelse di non tornare a casa, intesa sia come focolare domestico familiare, sia come l’ebraismo, dimora della confessione di appartenenza originaria e di aderire, invece, convintamente sino alla fine dei suoi giorni al cristianesimo, trasformandosi da apostata ad apostolo.
Una storia di aberrante perversione in cui c’è un corpo conteso, quello di un bambino che nulla può, che non ha diritto né possibilità di ribellarsi e che non può evidentemente comprendere le ragioni di quel distacco, a cui viene insinuato il dubbio che se non vedrà i suoi genitori sarà a causa loro.  E’ una storia di abuso di potere, di conflitto tra religioni e religiosità. E’ il rivendicare l’appropriazione di un essere umano che travalica il confine della paternità, oggetto anch’essa di contesa tra il padre biologico, naturale e quello quasi putativo, Papa Pio IX, che considererà Edgardo addirittura come un “figlio adottivo”.
Ed è una storia di lacerazioni, di legami spezzati e mai più risolti o restituiti agli affetti cui sono stati sottratti. C’è un dolore sordo che risuona con l’ineluttabilità di un dato di fatto, un perverso atto di fede che si propaga come un fulmine che attraversa il corpo di Edgardo e scarica a terra lasciando le tracce di un passaggio devastante.

Rapito img 1 elena

Non può, poi, non tornare alla mente il finale di Buongiorno, notte, quando Aldo Moro riesce ad uscire dall’appartamento in cui è tenuto prigioniero, prima che la sentenza di morte che grava su di lui venga eseguita e si allontani come un vecchietto qualunque per le strade di Roma, in un’alba che tragica non è più, nel guardare la scena di quel Cristo ligneo crocifisso che, privato da Edgardo dei chiodi che lo tengono sulla croce, si umanizza e scendendo da essa, si dilegua nella luce diafana della chiesa. Entrambi condannati, Moro e Gesù e entrambi affrancati dal sogno liberatorio che infrange la storia per come è andata mettendo in scena la storia per come avremmo voluto che andasse. Il sogno si fa unico artefice della possibilità di cambiare un destino che l’uomo e il suo agire ha determinato. Non c’è preghiera – di Papa Paolo VI e dei credenti nel 1978 – di Edgardo bambino quando le si affida insieme agli altri per salvare il loro sventurato compagno gravemente ammalato che poi giungerà a morire solo e senza il conforto dei parenti, allontanato anch’egli senza un minimo di pietas da chi professa la carità cristiana e lascia morire i deboli con l’ostinazione crudele di operare nel giusto.
Rapito è anche la storia di un tradimento. O di più tradimenti. Di quello familiare, creduto da Edgardo, quando teme che i suoi genitori lo abbiamo abbandonato o non abbiamo fatto tutto il possibile per riportarlo a casa. E anche quelli perpetrati poi da Edgardo stesso quando si rifiuterà di accogliere il fratello liberatore e anzi lo caccerà malamente per il sopruso commesso nei confronti del Papa e del potere dello stato pontificio e quando, in seguito, non parteciperà ai funerali di suo padre. Quello religioso. Prima con il presunto battesimo che cancella il passato ebraico e poi con l’adesione consapevole a quel cristianesimo che anziché abiurato diventa religione portante del rapito. E il tradimento religioso è ben rappresentato nel dettaglio dei simboli in due momenti altrettanto simbolici perché rappresentano un distacco: la madre che consegna al piccolo Edgardo la mezuzah, il passaggio da una mano all’altra e Edgardo sul letto di morte della madre che vorrebbe consegnarle la boccetta di acqua santa e viene fermamente respinto dalla mano materna che trova un ultimo anelito di forza. Due distacchi che sono entrambi dei lutti: il primo metaforico quando la madre è costretta suo malgrado a rinunciare al suo ruolo materno e il secondo, reale quando lei muore nella frattura ormai sancita da quel figlio che non le apparterrà più.

Tuttavia, Rapito è una storia che colpisce, ma non scalfisce. O meglio, non del tutto.
Forse per via di uno storicismo a tratti didascalico – e valga per questo anche la spettacolarizzazione della didascalia che anziché sovrapposizione pop (come in Vincere) si fa traccia più che altro semi-documentaristica – che vive di episodi iconici, vedi la breccia di Porta Pia, un po’ troppo sintetizzati come se fossero tavole di un fumetto a tema.  L’Edgardo bambino è spettatore un po’ troppo passivo degli accadimenti, così come l’Edgardo ragazzo, come se ciò che avviene attorno a lui fosse solo uno sfondo, quinta teatrale da cui fuoriescono gli attori della Storia civile, politica e sociale dell’Italia in divenire. Bellocchio si sofferma maggiormente sui personaggi della chiesa o di chi professa una fede, quale essa sia, con una caratterizzazione un po’ verso l’eccesso. 
Da ultimo qualche perplessità sulla scelta linguistica. In un’Italia non ancora Italia in cui – ce lo dicono i linguisti e gli storiografi – l’italiano era parlato dal 2,5% della popolazione, la scolarizzazione era ai minimi termini e l’analfabetismo dilagante, pare strano che un giudice chieda alla servetta che fa la sua deposizione in dialetto, di esprimersi in italiano.
Il pregio è sicuramente quello di aver riportato in superficie una storia (e una pratica purtroppo) poco nota ai più. La pecca, se vogliamo, è il non aver approfondito la caratterizzazione psicologica, emotiva, interiore dei personaggi. Prevale l’agire più che il pensare. Quasi che l’ottantatreenne Bellocchio, autodichiaratosi non ateo perché ateo è colui che proprio non crede e non cerca, mentre lui, non credente, è alla furiosa ricerca di qualcosa che possa ricondurlo non a un atto di fede ma a una spiritualità concreta, reale, profonda, in grado di scardinare e riequilibrare l’esistenza umana, temesse di non farcela. E questa urgenza forse ha determinato la misura di un tempo che si fa sempre più breve e dunque a tentare di colmare quella distanza fra sé e il divino quale che sia ma che ovviamente non ha nulla a che spartire con la religione che oggi come allora non dà risposte ma è solo foriera di soprusi, violenza e annullamento di pensiero, in nome di quell’obbedienza inculcata – ben rappresentata nella scena in cui Edgardo ragazzo deve chinarsi a tracciare con la lingua tre croci sul pavimento – che crea adepti asserviti e non persone consapevoli e senzienti. Ma il suo vitalismo, la ritrosia un po’ scorbutica che tradisce timidezza più che tracotanza è un segno fortissimo di chi non si dà per vinto, ci prova e ci riprova, come l’onda su uno scoglio e cerca di aggirare, superare l’ostacolo non vedendo cosa ci sia dietro e se ci sia qualcosa, ma con il senso sincero e caparbio che valga la pena provarci ancora per scoprirlo.

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