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[SPECIALE] RAPITO/VATICAN GIRL | Una parabola sul Potere e il suo esercizio

Titolo: Rapito

Regia: Marco Bellocchio

Anno: 2023

Produzione: Italia, Francia, Germania

Titolo: Vatican Girl: la scomparsa di Emanuela Orlandi

Regia: Mark Lewis

Anno: 2022

Produzione: Regno Unito, Italia

una recensione a cura di Chiara Lepschy e Giuseppe Minerva

Rapito di Marco Bellocchio narra la storia di Edgardo Mortara (Enea Sala, da bambino, e Leonardo Maltese, da ragazzo), ebreo bolognese di sei anni sottratto alla famiglia dalla Gendarmeria Pontificia (al tempo, Bologna faceva parte dello Stato della Chiesa) il 23 giugno 1858. Il bambino fu battezzato da piccolissimo – all’insaputa dei genitori – da una domestica di casa, la quattordicenne cattolica Anna Morisi (Aurora Camatti) che reputandolo in pericolo di vita a causa di una malattia, decise di impartirgli il sacramento per salvarlo dal limbo in caso di morte. Dalla scoperta del fatto a distanza di sei anni, prese avvio l’azione della Chiesa che attraverso l’inquisitore di Bologna Pier Gaetano Feletti (Fabrizio Gifuni) decise di avocare a sé, spiritualmente e fisicamente, la vita futura di Edgardo. Ciò fu considerato inevitabile, se non “obbligatorio”, al fine di impartirgli la necessaria educazione cattolica, aspetto non negoziabile alla luce del battesimo ricevuto dal bambino, che ne faceva – a tutti gli effetti – un cristiano. A nulla valsero i disperati tentativi di riavere il piccolo da parte di Salomone Mortara (Fausto Russo Alesi) e Marianna Padovani Mortara (Barbara Ronchi), che si scontrarono inutilmente con l’irrevocabile decisione di Papa Pio IX (Paolo Pierobon) e del suo consigliere, il cardinale ultra-reazionario Giacomo Antonelli (Filippo Timi).

Rapito img 1 chiara e beppe

L’affaire Mortara avviene in un’epoca di grandi trasformazioni per l’Italia e gli ebrei italiani. Il rapimento del bambino, che ebbe grande risalto nazionale e internazionale come evidenziato nel film, è uno degli ultimi affronti subiti dalle comunità ebraiche italiane pre-unità, perpetrato da uno Stato Pontificio assolutista (trincerato dietro la famosa formula del Non possumus fatta propria da Pio IX) che ancora per decenni avrebbe rifiutato in toto il processo risorgimentale e politico alla base dell’unificazione nazionale.

Marco Bellocchio sceglie la vicenda del ratto di Edgardo Mortara per parlare – da un punto di vista più ampio e generale – del potere e delle sue strutture, grazie alle quali opera fuori da ogni controllo e senza rispetto del più comune sentimento di umanità e, nello specifico caso, di opportunità. Non è casuale che a tale fine scelga una storia legata ad uno Stato tanto evangelico e mite nella professione di fede quanto assolutista e antimodernista nelle pratiche di metà Ottocento e, seppur in modo attenuato, di oggi. Uno Stato capace di arroccarsi, durante il corso degli eventi, dietro l’applicazione di regole fondate su “assoluti” che – dato il loro legame con il trascendente – non tollerano né discussioni, né interpretazioni men che restrittive.

Rapito costituisce quindi un invito a ragionare, l’ennesimo nella filmografia dell’autore, sull’uso della forza e del potere, in particolare nelle condizioni estreme e spesso offuscate di chi quella forza può e vuole esercitare su tutti coloro che sono considerati possibili obiettivi (in realtà vittime) del suo impiego cieco e violento: nella fattispecie, la famiglia Mortara e la comunità ebraica bolognese – in quanto suddita dello Stato Pontificio – ma anche la stessa ex-governante, che in qualità di cattolica è sottoposta a pressioni per testimoniare e confermare il fatto avvenuto sei anni prima. Una riflessione, quella sul potere, che torna ripetutamente nella filmografia di Marco Bellocchio – nelle più diverse forme – sin dai tempi di Sbatti il mostro in prima pagina (1972) e proseguita, fra gli altri, con Buongiorno, notte (2003) ed Esterno notte (2022), dove al centro della narrazione e dell’analisi sono il caso Moro e la sua gestione da parte delle Brigate Rosse e dello Stato italiano.

Il film affronta, quindi, un argomento evergreen del cinema impegnato e d’autore, poiché il tema trattato – di evidente rilevanza storico-politica, al di là del caso specifico – richiede, oggi come in passato, approfondimenti e ulteriori indagini, che lo sguardo di un artista può articolare meglio e in modo più diretto di qualsiasi politologo o sociologo, rendendo più accessibili i punti chiave del discorso generale. Ottima la performance del cast nel suo complesso, sia per quel che riguarda i ruoli “religiosi” (affidati ad attori teatrali di valore quali Paolo Pierobon, Fabrizio Gifuni e Filippo Timi), sia per ciò che concerne le figure dei genitori del piccolo Edgardo (Fausto Russo Alesi e Barbara Ronchi). Di questi ultimi il regista ha ben cesellato i profili caratteriali, in una sorta di reciproco controcanto fra la madre – forte ma spesso sullo sfondo della vicenda “ufficiale” in quanto donna – e il padre. Ben riuscita, come già in Buongiorno, notte, la rappresentazione degli impatti psicologici della vicenda più generale sulla piccola quotidianità dei personaggi. Tutto ciò unito, per concludere, alla maestria di Bellocchio sia nella rappresentazione storica e architettonica del contesto – con i borghi di Roccabianca e Sabbioneta a ricostruire la Bologna dell’epoca – sia nella creazione delle immagini d’interno e del lungo Tevere di Roma, la cui fonte d’ispirazione è la pittura italiana e risorgimentale dell’Ottocento, evocata sin dalla bella locandina del film.

Rapito img 2 chiara e beppe

Addendum: Vatican Girl

Vatican Girl è la docu-serie di Mark Lewis che ricostruisce la ormai quarantennale vicenda della scomparsa di Emanuela Orlandi dal Vaticano – dove risiedeva – avvenuta nel 1983 all’età di soli quindici anni.

Nel corso delle quattro puntate sono tratteggiate e approfondite le varie ipotesi emerse nel corso degli anni per spiegare il possibile rapimento: il tentativo di liberare il terrorista Alì Agca da parte di non ben precisati servizi segreti dell’Europa dell’Est, le pericolose relazioni economiche fra la Santa Sede e la banda della Magliana e – attraverso di questa – il crimine organizzato di stampo mafioso, la pedofilia interna alla Chiesa. Ipotesi mai comprovate, fino ad oggi, da solide prove di un qualsiasi genere.

Il risultato del lavoro è una serie televisiva di stampo americano, in cui informazione e intrattenimento convivono intrecciandosi in modo quasi inestricabile (il famigerato, almeno per alcuni, infotainment). Per un prodotto Netflix che ricorda più il Voyager (dal 2003) di Roberto Giacobbo che La notte della Repubblica di Sergio Zavoli (1989-1990).

La sensazione che emerge dalla sua visione è l’esistenza di ragioni inconfessabili alla base del fatto avvenuto e, quindi, il muoversi in silenzio e sottotraccia di un potere – quello vaticano – che con ogni probabilità nasconde da sempre informazioni che avrebbero potuto aiutare la ricerca, prima, e il raggiungimento, poi, di una spiegazione su quanto accaduto alla ragazza. Il parallelo con la vicenda di Edgardo Mortara e, quindi, con il film di Marco Bellocchio sta – fatta salva la “superficie” dell’essere di fronte a un doppio rapimento – proprio in questo: l’esercizio (e l’abuso) di un potere guidato da ragioni che non ammettono discussioni e che opera – se convinto che ne valga la pena – in modo incomprensibile e “violento”.

Vatican Girl img 1 chiara e beppe
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