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[SPECIALE] THE WHALE | Il potere devastante dell’autodistruzione

Regia: Darren Aronofsky

Anno: 2022

Produzione: Stati Uniti d’America

una recensione a cura di Tiziana Garneri

Io ho spesso apprezzato Aronofsky in opere come The Wrestler o Madre!, con qualche riserva per Il cigno nero.
Questa pellicola invece non mi ha per nulla convinta. Il film si apre con uno schermo nero a cui segue l’inquadratura di Charlie/Brendan Fraser ripreso mentre sta guardando un film porno gay, probabilmente masturbandosi, mettendo pertanto lo spettatore in una posizione di voyeur.
Charlie ha deciso di suicidarsi attraverso la sua compulsiva bulimia che lo porta ad essere un grande obeso con una sofferenza cardiaca congestizia mortale.
Charlie è dunque interpretato da Brendan Fraser, che anche in questa pellicola si riconferma ottimo interprete. Si cala perfettamente nel personaggio, sia nei limitati movimenti sia nella mimica facciale.

Charlie è un insegnante di inglese, tiene corsi di scrittura on line con la sua webcam sempre spenta perché gli studenti non vedano il suo aspetto. L’occhio di
Aronofsky fa di tutto per infierire sulla sua mole, per renderlo disgustoso, implicitamente giudicandolo. Egli ha deciso di vivere una situazione chiusa al mondo, in una piccola casa con poca luce, colto nei suoi eccessi bulimici o mentre legge il suo amato “Moby Dick” di Melville.

The Whale img 1 tiziana

La buona fotografia di Matthew Libatique con l’utilizzo di un claustrofobico formato 4/3 rende ancora più imponente la figura del personaggio, col suo peso spaventoso accentuato anche tecnicamente da una tuta che gli deforma il corpo.
Talvolta viene usata la camera a mano che aiuta a spiare ogni movimento del personaggio, imprigionato dal grasso, che a stento si alza dalla poltrona, con fatica si trascina col girello o con la sedia a rotelle.

Il regista, a parer mio, insiste eccessivamente e impietosamente sul personaggio, riprendendolo mentre suda, sporco e trasandato a divorare quantità industriali di cibo: ma chi lo rifornisce, a parte le due pizze che il garzone puntualmente gli lascia davanti alla porta? Egli ansima, vomita, necessita di ossigeno, spesso si porta le mani al petto per il dolore se tenta di fare uno sforzo. Alzarsi dalla poltrona per appoggiarsi al girello gli richiede grande fatica, per poi trascinare i piedi sotto l’enorme peso se vuole girare per la stanza.
Chissà se il regista si è ispirato alla trasmissione televisiva americana dal titolo Pazienti al limite, che tratta di grandi obesi, della loro compulsione al cibo, del fatto che comunque vi è sempre qualcuno che lo procura loro, per fotografare così bene una situazione patologica.

Charlie nel suo cupio dissolvi rifiuta di farsi ricoverare in ospedale.
Il set è la sua casa, sporca e trasandata, dove l’unica stanza pulita, ordinata e luminosa, è una camera matrimoniale che Charlie può soltanto osservare dall’esterno perché non ci passa col girello o la carrozzina o gli cade per terra la chiave. Si limita ogni tanto ad osservarla dall’esterno.

Attorno al protagonista ruotano alcuni personaggi.
Liz/Hong  Chau è l’infermiera ed amica, ambivalente, lo vuole curare  ma intanto gli porta anche il cibo. Mary/Samantha Morton è la ex moglie divenuta alcoolizzata.
Ellie/Sadie Sink è la loro figlia adolescente rabbiosa per l’abbandono del padre.
Thomas/TY Simpkins è lo pseudo predicatore che si fa le canne, aderente a quella New Life Church che vuole salvarlo attraverso la religione sventolandogli una Bibbia sotto il naso.
Tutti vogliono essere di aiuto, sebbene alcuni provino astio nei suoi confronti, in primis la ex moglie e soprattutto la figlia rancorosa e piena di disprezzo per l’abbandono subito. E non è da escludere una inconscia ambivalenza di Liz, anche se la donna pare non colpevolizzarlo.

The Whale img 2 tiziana

Sappiamo che Charlie ha mollato anni prima moglie e figlia piccola perché si è innamorato di un certo Alan, il fratello di Liz , vivendo con lui, dividendo con lui la stanza matrimoniale ordinata che appare non solo come un ricordo ma come un luogo da onorare.
Ci viene anche detto che Alan si è suicidato diventando anoressico sia per motivi religiosi dovuti alla frequentazione della New Life Church, sia per cause a noi ignote.
Di lui non sappiamo e non vediamo nulla, soltanto il flash di una foto che Charlie tiene talora tra le mani.

A mio giudizio Aronofsky pare piuttosto carente nella sceneggiatura: chi era questo Alan?
Insiste morbosamente sull’aspetto fisico di Charlie, ma non ci da elementi per capire meglio una scelta esistenziale così drastica nella sua vita.
Che processo è avvenuto nella sua mente?  Vi è stato un travaglio interiore? Trincerandosi dietro il fatto che la moglie, peraltro datasi all’alcol dopo la rottura della famiglia, gli ha impedito di vedere la figlia, perché non si è battuto per poterla frequentare creando così in lei una ferita profonda, se davvero le voleva bene?
E del suicidio di Alan, autentica figura fantasma, nessun accenno?

A parer mio si tratta di tessere tutte importanti, lasciate in sospeso, affidate all’immaginazione dello spettatore. Come un puzzle forse volutamente scomposto.
Charlie non riesce a commuovermi. In fondo ha seminato tanto dolore e quasi come in un contrappasso decide di suicidarsi con la bulimia, l’altra faccia dell’anoressia. Probabilmente assalito da sensi di colpa e dal bisogno di espiazione fa questa scelta. Ma prima, forse, con un bisogno non so quanto altruistico, vuole dimostrare a se stesso, prima di morire, che almeno qualcosa di buono ha fatto nella sua vita. 
E ciò passa dal tentare di riconciliarsi con la figlia, cui è legato da un flebile filo che passa attraverso la storia di Moby Dick. Ma mi pare assai improbabile che si possa ricostruire un rapporto passando per due temi che egli scrive per la figlia. Ricostruire richiede pazienza e tempo. E qui il tempo scarseggia…

E’ vero che le maschere son cadute, Charlie si fa vedere dagli allievi in webcam per come è veramente, ma mettergli in bocca la frase “le persone non sono capaci di non amare” mi pare un tantino fuori luogo in questa situazione.
È come se il regista, dopo averlo demonizzato, tentasse di recuperare qualcosa di buono nel personaggio. Ma lo fa in modo melenso, con questo finale metafisico dove lui si solleva dalla poltrona e, senza aiuti, trascinando i piedi si avvicina alla figlia, un breve sorriso e poi l’ascesa in un cono di luce. 
Francamente il regista ci poteva risparmiare questa immagine tanto banale!
Un ultimo flash, un ricordo. Charlie su una spiaggia che guarda il mare di Moby Dick, la moglie e la piccola Ellie che gioca sulla sabbia. Distante dal padre che avrebbe potuto prenderla in braccio o giocare con lei. Tre universi separati.

Questo, in fondo, a me pare un film povero di contenuti, pieno di messaggi giudicanti, poco indulgenti, attaccati al voyeurismo in cui lo spettatore può immedesimarsi. Francamente da Aronofsky mi aspettavo di più.

The Whale img 3 tiziana
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