SPENCER | L’insostenibile pesantezza dell’essere

Regia: Pablo Larraín

Anno: 2021

Produzione: Germania, Cile, Regno Unito

una recensione a cura di Elena Pacca

“Mi sono persa”.
L’incipit è un po’ straniante. Diana, la principessa di Galles, sembra quasi inebetita, pur guidando con sicurezza una Porsche lungo strade di campagna, declivi e paesaggi, uguali a sé stessi, opacizzati e spenti.
Tre giorni: Vigilia, Natale e Boxing Day.
Tre giorni che si preannunciano come tappe di un inesorabile personalissimo calvario, di cui, forse, quella titubanza iniziale nel raggiungere fisicamente un luogo fin troppo ben conosciuto oltre che vicino alla casa della sua infanzia, accumulando un imperdonabile ritardo, era un ritrarsi inconscio.
Spencer è la trattazione algida, a iniziare dalle luci, a tratti formale ma non asettica, cattiva e brutale di uno strappo non solo alle regole e al protocollo, ma a un destino ineluttabile, masticando un dolore gigantesco che, come un bolo alimentare, ostruisce le vie respiratorie e deve essere rigettato prima di soffocare e soccombere.

Dopo Jackie, un altro ritratto di donna, alle prese con un’assenza coniugale (in quel caso l’assassinio), qui l’ormai nemmeno più celata storia di Carlo con Camilla Parker Bowles. Tradita negli affetti più ancora che nel corpo, Diana si prende più libertà di Jackie e per questo risulta meno stereotipata, ma non meno iconica, anche se stentiamo a riconoscere la Lady D (come non verrà mai chiamata) dei rotocalchi rosa, più originale e “inventata” pur nella fedeltà della personalità e per questo più vera, laddove il vero rientra a buon diritto nella sfera delle reali possibilità.

Tre giorni di ostinata resistenza passiva affiancata dalla metaforica ma incombente – e a tratti sin troppo insistita e didascalica . materializzazione del fantasma di Anna Bolena che sembra canalizzare le sue paure verso una tragedia già scritta e senza via d’uscita, sino all’ultimo dei tre giorni, quello della caccia, i cui colpi al cielo fanno deflagrare l’istinto mai sopito di ribellione.

La consuetudine della “pesa” sull’antica bilancia all’arrivo a Sandringham House ci restituirà una Diana Spencer alleggerita – nonostante il trittico con i figli – di quel gravame di falsa compostezza, decoro e negazione di sé stessa e dei propri sentimenti che sino ad allora incombeva su di lei, spingendola sempre di più nelle sabbie mobile di quella coercizione imposta non solo per sedare ma per inibire nella mortificazione le sue cosiddette intemperanze, le anomalie di sistema che rischiavano di compromettere e crashare la fragile tenuta della monarchia inglese.
Nelle corde di Larrain non c’è il ricorso alla facile commozione, né la manipolazione emotiva, ma i peluche – un granchio e un’aragosta – acquistati in quel drugstore rurale in cui aveva confidato agli attoniti avventori di esseri persa lungo la strada e l’indugio sull’apertura fuori tempo (e non secondo tradizione) dei regali, in un privatissimo consesso tra la madre e i piccoli Harry e William, alzano all’improvviso la temperatura del film illuminando per la prima volta i visi rischiarati da una sentimento intimo, complice, amorevole e profondo.
Alla fine quella che può sembrare una fuga, l’ennesimo perdersi dietro agli spettri della propria esistenza è in realtà una ripartenza (sempre in Porsche), un ritrovarsi per affrontare quell’arco di vita svincolato dai fantasmi del passato, nel quale ravvisiamo la leggerezza scanzonata e liberatoria di cui non si poteva prevedere il tragico futuro epilogo.

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