STRINGIMI FORTE | La veste dei fantasmi del passato

Titolo originale: Serre moi fort

Regia: Mathieu Amalric

Anno: 2021

Produzione: Francia

una recensione a cura di Elena Pacca

Un gioco di accoppiamenti di polaroid su un letto.
Una donna che decide di andarsene via di casa, un ultimo sguardo a marito e figli che dormono, l’alba di un nuovo giorno ad attenderla, forse.
Un marito che con i figli pare accettare come normale, nel consueto ordine delle cose, la scomparsa di lei. “È umano, se ne faranno una ragione”, aveva infatti preconizzato lei, quasi a convincere sé stessa e noi con lei.
I tempi sfalsati che d’ora in poi costellano la durata del film in un continuo alternarsi di piani paralleli, dove i ragazzi crescono, dove la ragazza che studia pianoforte – elemento centrale e “altra voce” del film – diventa sempre più brava e dove ci sembra che la madre si tenga in costante aggiornamento, addirittura li spii, per non perdersi l’evoluzione biologica, la crescita dei suoi ragazzi, e quella artistica di lei.

Per un attimo pare di essere dalle parti di Interstellar, come Nolan si gioca sul tempo, sulla quarta dimensione e da un momento all’altro ci aspettiamo il ricongiungimento attraverso un wormhole, perché non comprendiamo a fondo quello che potrebbe accadere. O che è accaduto.
Poi, come l’effetto Polaroid, la cui immagine affiora poco per volta, così la realtà del film che all’inizio è oscura e si palesa poco per volta. Dal nero, passiamo alle ombre, sagome fantasma che abitano la mente e il cuore di Clarisse, la madre. Il registro espressivo di Vicky Krieps, la protagonista è un caleidoscopio di micromovimenti quasi impercettibili cui assistiamo per il continuo indugiare della mdp sul volto.

Una connessione perpetua con le intermittenze del cuore che si succedono in un divenire continuo, che porta in superficie una drammatizzazione profonda, a tratti dissonante, in bilico tra vero e immaginato. Mathieu Amalric, attore, prima ancora che regista, sa dirigere i suoi chiamati a non fare dell’urlo e dello sfogo fine a sé stesso la chiave di lettura di un dolore che si percepisce in fieri sino alla rivelazione di quanto, inizialmente, non sappiamo. Ritorna il tempo come coprotagonista dello spazio compositivo del film, quando è il cambio di stagione a sciogliere come neve al sole il mistero e il dramma. E allora il gioco di prestigio cui abbiamo sino a qui assistito, spariglia le carte e rivela il trucco ed è di una potenza che devasta, è il deragliare di un treno in corsa per uno scambio ferroviario manomesso. Non per questo ci sentiamo ingannati. Il trucco era necessario. Ritorniamo a quelle polaroid che non combaciavano, a quell’assenza/presenza, a quel prima/dopo, a quella fuga da casa che non riuscivamo del tutto a capire.
La fuga dal dolore è qualcosa di estremamente personale, intimo, non scorre lungo canoni precodificati, non ci si attiene a un protocollo standard. È un viaggio di cui non si conoscono le tappe, né la durata. Si ritorna da lontano, da quella penombra che abbiamo attraversato con fatica. Con un bagaglio più o meno pesante rispetto a quando si è partiti. Con un abbraccio meno stretto forse (Serre moi fort/Serre moins fort il gioco di parole tratto dalla strofa di una canzone di Etienne Daho su cui verteva la scelta del titolo), ma da cui è assai più difficile distaccarsene.

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