Un posto nel mondo: folk e frontiere.

Il tema di oggi sono le frontiere. Oggi parlerò di personaggi che hanno fatto della ricerca etnico-musicale il loro fine e, talvolta, il loro mezzo. Non si può affrontare questo tema senza citare Alan Lomax. Le sue registrazioni per la biblioteca del congresso ci hanno permesso di conoscere alcuni degli artisti più importanti del secolo scorso.

The Man in Black

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Parlare di Johnny Cash senza essere retorici è pressoché impossibile. Almeno lo è per me.

Perché per me Johnny è come un amico. Di quelli duri, difficili da comprendere, con un carattere impossibile che però quando serve sono sempre al tuo fianco.

Proprio per non essere ripetitivo o troppo didascalico (ed anche perché una tripletta di canzoni di Cash è già presente nella playlist di #fromfolktofolks) oggi – nonostante il protagonista sia il nostro Man in Black – non aggiungerò alla nostra “compilation” canzoni cantate da Cash, vi parlerò però di canzoni che con lui hanno molto a che fare.

Esistono pochi artisti, nella storia della musica, così trasversali da influenzare musicisti di ogni tipo; dai pop-singers, ai rappers, ai musicisti rock e punk.

Johnny prima che una artista immenso era un uomo. E come tale aveva le sue debolezze e le sue forze, le sue grandi ombre e le sue luci accecanti. Aveva una grande fede in Dio ma si comportava spesso come se fosse posseduto dal demonio.

In effetti, per lunghi periodi, un demonio lo aveva realmente in corpo. Droga, anfetamine, alcol. Un demonio che è riuscito ad estirpare solo dopo una lotta terribile, grazie all’amore di una donna.

Una donna che nei suoi confronti aveva una devozione senza eguali e che – forse proprio per questo – era anche una delle poche persone in grado di tenergli testa.

Questa donna, neanche a dirlo, era June Carter.

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This Land is Your Land, This Music is Your Music!

Il Banjo di Pete Seeger
Il Banjo di Pete Seeger

L’altra volta vi ho detto che la musica americana non esiste.

Lo so, non mi rimangio la parola.

Effettivamente, se si guarda alle origini delle varie musiche popolari, c’è ben poco di “nativo”, ma tra le varie influenze (africane ed europee) c’è una cosa che è solo americana, che riveste un’importanza vitale e che non si può cancellare.

Il paesaggio.

Le distanze infinite, le praterie, i canyon, le montagne.

E queste cose hanno reso unica la musica che si è sviluppata nel “nuovo” continente.

Altrettanto hanno fatto le storie delle persone.

Storie di schiavi, di lavoratori, di reietti, di vagabondi, di viaggi, di panorami mozzafiato, di treni, di eroi, di assassini.

La tripletta musicale di oggi vede quindi come protagonisti i cantastorie, i cantautori di protesta, coloro che hanno saputo – meglio di tutti – raccontare queste storie e, chiaramente, i protagonisti delle storie stesse.

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Il Folk Americano non esiste. Viva il Folk Americano!

Questa sera inizia – finalmente – “from Folk to Folks“, io però vi devo dare una brutta notizia. La musica popolare americana non esiste! Immagino vi chiederete, quindi, di cosa si parlerà in questa serie di incontri dedicati alla musica popolare americana. Mariano De Simone, musicista e musicologo, autore di alcuni volumi molto importanti sulla storia della

Fuoco e Cenere

Un amico – recentemente – citava una frase di Gustav Mahler (compositore e direttore d’orchestra austriaco a cavallo tra 800 e 900) ed è con questa frase che vorrei iniziare il post di oggi. So già che vi chiederete come possa essere in “target” una frase di un compositore classico e la risposta la troverete nella citazione stessa:

“La tradizione è salvaguardia del fuoco, non adorazione della cenere”

Ecco il punto.

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Spesso si guarda alla tradizione come ad un dinosauro, bellissimo, enorme, affascinante. Estinto.

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