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TÁR | Una parabola su merito, ego e potere

Regia: Todd Field

Anno: 2022

Produzione: Stati Uniti d’America, Germania

una recensione a cura di Chiara Lepschy e Giuseppe Minerva

Il terzo lungometraggio di Todd Field racconta un importante segmento della vita di Lydia Tár (Cate Blanchett), direttrice d’orchestra allieva di Leonard Bernstein e prima donna a guidare la Berliner Philharmonisches Orchester e i suoi leggendari maestri. In particolare, è narrato minuziosamente il periodo che va dall’apice del successo e notorietà alla rovinosa e improvvisa caduta in disgrazia e da questa al drammatico finale, non interpretabile in senso esclusivamente negativo. È utile ricordare che Lydia è un personaggio di finzione ma il film – nonché il modo in cui è stato presentato a partire dalla trama ufficiale – sembra suggerire che sia una figura reale (vedasi, ad esempio, la copertina della colonna sonora, in cui il “gioco” fra direttore, Tár e Blanchett si fa addirittura triplo…) al punto che la prima parte si può dire assomigli in tutto e per tutto ad un mockumentary, scelta che consente al regista di meglio trattare ciò che vuole far emergere del personaggio e dell’ambiente in cui opera.

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In conseguenza di ciò, in differenti “quadri” vediamo dapprima Lydia Tár intervistata da Adam Gopnik, noto (e reale) scrittore e saggista del The New Yorker, che ne elenca i riconoscimenti ottenuti in carriera. La incontriamo poi a pranzo con il meno talentuoso collega e direttore Eliot Kaplan (Mark Strong), che gestisce il programma di borse di studio per giovani direttrici da lei creato. E infine la ascoltiamo mentre tiene una brillante lezione alla Juilliard School. Le tre sequenze danno un’idea chiara di un’artista di grande talento, poliedrica (è un’EGOT, cioè vincitrice di Emmy, Grammy, Oscar e Tony Awards), sicura di sé e con una visione personale e non conformista su temi quali il linguaggio di genere e la cosiddetta cancel culture. Infine, si osserva una musicista che fa del valore e del talento i suoi principali parametri di giudizio.

Allo sguardo sull’attività professionale si affianca poi quello relativo alla vita privata: rientrata a casa, scopriamo che Lydia ha una compagna – primo violino dei Berliner – con una figlia adottiva a cui lei è molto legata. Il suo carattere deciso e volitivo emerge anche in famiglia, dove è la persona forte che dà sicurezza alla compagna e che difende, in modo poco ortodosso, la piccola Petra da un episodio di bullismo scolastico. La lunga premessa (il film dura più di due ore e mezza) consente al regista di inquadrare bene il personaggio e di affrontare al meglio la sua rovinosa e rapida discesa, che si innesta nel più ampio discorso sull’uso che una personalità forte può fare del potere legato alla propria credibilità professionale e alla brillante carriera avuta fino a un dato momento. Da qui in poi, una serie di passi falsi – probabilmente simili ad altri compiuti in passato – fa scendere rapidamente i gradini del podio su cui la direttrice non solo metaforicamente si trovava. Tra questi, il boicottaggio con gravi conseguenze di una giovane ex-borsista che in passato aveva fortemente incoraggiato poiché probabile oggetto di un’infatuazione. E la mancata promozione a vice-direttrice dell’assistente Francesca Lentini (Noémie Merlant), dopo l’allontanamento del vecchio direttore ospite, dovuta al timore delle chiacchiere che sarebbero potute derivare dal suo avanzamento. Nonché l’attrazione per la nuova e spavalda violoncellista dell’orchestra, per favorire la quale entra in urto sia con la prima violoncellista che con molti altri maestri, irritati dal comportamento poco attento alla tradizione e alle prerogative non scritte dei Berliner.

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Questa parte del film affronta il complesso tema dell’esercizio del potere (gestito con modalità piuttosto maschili da parte di Lydia) e il suo intreccio con la tematica – molto attuale – del me too, storture comprese. Il discorso è svolto, è doveroso evidenziarlo, in modo sottile e raffinato: Lydia è descritta come una persona che esercita la propria influenza e il proprio potere in modo senza dubbio forte e talvolta influenzato da secondi fini, ma – ciò nonostante – non riesce ad essere una figura totalmente negativa. Le scelte fatte non rappresentano un mero favoritismo, poiché il merito ha un ruolo importante e mai secondario: Sebastian non è più all’altezza del ruolo indipendentemente dal fatto che l’interesse a sostituirlo con Francesca derivi anche da altre considerazioni; medesimo discorso vale anche per la giovane e talentuosa violoncellista russa.
La repentina disgrazia di Lydia risulta da un combinato disposto delle sue scelte e del potere malato dei media e dei social media in particolare, che attraverso informazioni manipolate e autentiche fake news demoliscono la residua credibilità della protagonista.

A partire dalla condizioni in cui Lydia precipita in poche settimane durante le quali perde tutto, il film vira verso una parte finale in cui eventi e contesto sono tali da rendere difficile la separazione di ciò che è reale da ciò che sono, forse, proiezioni soggettive di Lydia. In un crescendo di suggestioni tra l’onirico e il thriller horror, si arriva – infatti – a quelle Filippine che da un lato richiamano Apocalipse Now – e quindi “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad – e dall’altro conducono all’equivoco episodio del centro massaggi, in cui è evidente il richiamo (forse un sogno?) al numero cinque della “Quinta Sinfonia” di Gustav Mahler che la direttrice non ha potuto registrare nonostante la lunga preparazione. Significativa l’ultima scena, in cui una Lydia giunta ormai al gradino più basso dirige la musica di un videogioco per un pubblico di cosplayer: ancora, e nonostante tutto, con professionalità e serietà, senza mai tradire – come più volte sottolineato – il compositore, chiunque esso sia.

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Inutile sottolineare l’interpretazione di Cate Blanchett – non a caso candidata all’Oscar come miglior attrice protagonista – e l’ottima fotografia di Florian Hoffmeister.

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