TFF38 | A Glance On

un rapido sguardo sul TFF38

Sin señas particulares

Inquadrature dal linguaggio ricercato e pennellate della camera raccontano un dramma sullo sfondo di un Messico immeritatamente alla deriva.

The Evening Hour

Quasi cinquant’anni dopo Harlan County, una pietra miliare del documentario a stelle e strisce che raccontava le vite comuni nella provincia profonda del Kentucky. L’opera seconda di un cineasta fotografo che si prende un grosso rischio. La coraggiosa scommessa di integrare lo sguardo profondo su ciò che resta di desolati paesaggi di civiltà rurale con le esistenze frustrate di chi non è andato da nessuna parte. E che per questo si autodistrugge. Tenere amicizie virili sullo sfondo della crisi economica, dove un superbo sound design ha il compito far vibrare abbastanza le corde sottili che legano i personaggi.

Umberto Mosca

Sin señas particulares

Un prodotto totalmente al femminile. Ottima fotografia. Dialoghi scarni, supportati da immagini molto forti.
Nessuna speranza di là dal muro.
Nessuna speranza di qua dal muro.

Liliana Giustetto

San Donato Beach

A cavallo fra il grottesco di Ciprì e Maresco e i drammi esistenziali di Silvano Agosti è un dipinto suburbano suadente fatto di solitudine, dolore, tragedia e commedia nella tragedia. Fantastica colonna sonora non originale italiana d’epoca.
Imperdibile.

Alessandro Cellamare

The Salt in Our Waters

Film fuori concorso ambientato in Bangladesh. Ottima fotografia , dialoghi che illuminano sulla contrapposizione tra tradizione, integralismo islamico in un povero villaggio di pescatori con lo sfondo delle forze della natura e la visione di un artista che arriva dalla città. Semplice e poetico.

Tiziana Garneri

Sin señas particulares

Road movie dell’anima prima che discorso politico, è un attraversamento fatto di colori lividi, a tratti cianotici, dove la luce, quando c’è, si accende di un diabolico rosso.

Narrativa estetica ma non estetizzante.

Alessandro Cellamare

Las Niñas

In una Spagna degli anni ’90, la narrazione semplice e delicata del passaggio dall’infanzia all’adolescenza di una bambina di 12 anni, con tante domande a cui vuole una risposta.
Circondata da amiche più maliziose di lei, monache integerrime e una madre che fatica a liberarsi dalle colpe che l’hanno sepolta.

Liliana Giustetto

Gunda

Una stupenda fotografia BN non compensa fino in fondo la carenza narrativa: dopo una prima mezzora abbacinante e carismatica si accusa stanchezza e si avverte la distanza fra ripresa e film. Comunque un buon lavoro, ma poteva essere un capolavoro.
Finale struggente.

Alessandro Cellamare

A Shot Through the Wall

Un caso giudiziario a Brooklyn.
Un poliziotto cino-americano che uccide, per errore un ragazzo nero. Il protagonista fa continui passi falsi poco aiutato dalla famiglia e dalla fidanzata.
Sotto la lente l’aspetto personale del dramma vissuto dall’indagato che si confronta con le aspettative di chi lo circonda. 

Liliana Giustetto

Las Niñas

Politico, quasi tutto al femminile e (come ammette la stessa regista) in parte autobiografico, si avvale di una coinvolgente ed a tratti commovente storia di amicizia tra ragazze pre-adolescenti nella Spagna del 1992, in bilico tra il passato che resiste ed il nuovo che si affaccia.

Sin señas particulares

Un’opera che spiega fino in fondo il concetto di “cinema del reale”, vale a dire lo scarto tra ciò che ci avvolge nella normale indifferenza (la realtà) e ciò che ci risveglia dal sonno della realtà stessa (il reale), spezzando la coltre dell’oggettività senza significato. Questo avviene in un film fatto di sospensioni, azioni lentissime e rarefatte e sguardi nel vuoto, comunicazioni impossibili nella totale assenza di dispositivi tecnologici. Dove la necessità di raccontare la condizione di un intero continente umano trova la sua sublimazione in una visione mistica, la sola che può aiutare a esistere.

Umberto Mosca

The Dark and the Wicked

Dopo il pessimo The MonsterBryan Bertino pare trovare una strada sensata in un horror rurale che sa di western soprannaturale. Cinema d’atmosfera, ma l’atmosfera non si improvvisa. Qualche buon momento di tensione, ma la strada da fare è ancora tanta.

Alessandro Cellamare

The Evening Hour

Reiterando la tecnica del nascondere il più possibile allo spettatore sia i fatti (passati o presenti) come pure le reali intenzioni dei personaggi, si crea un’efficace aspettativa, non sempre appagata, che giova alla narrazione. L’America è quella, già vista, dei grandi spazi mozzafiato e delle piccole comunità. Ma qui è insolitamente declinata, a partire dalla coltre di nebbia tra le montagne che, simbolicamente, rende invisibile, impercorribile e viscosa la stessa comunità teatro del racconto.

A Shot Through the Wall

Cinema di stoffa, sin dalla prima sequenza casalinga, di un’eleganza coreana. Sobrio, preciso, è uno shot through the cinema per esecuzione e raffinatezza. Nessuna retorica, nessuna concessione al gioco dei sentimenti. Bravissimi anche i comprimari.

Alessandro Cellamare

Las Niñas

Esile e lineare come certe giornate che scorrono uguali tra piccole incomprensioni, silenzi e delusioni, senza che accada alcunché di particolare. Quando la vita sembra girare a vuoto e ti ammutolisce. Le parole sono un simulacro corale e si deve ricominciare con un bel respiro per trovare la propria voce al di là delle paure e delle domande prive di risposte.

 

Menzione speciale alla nostra Raffa (inter)nazionale!

Elena Pacca

A Shot Through the Wall

Non sempre le cose sono come appaiono. In tempi di forti tensioni negli USA, è una lettura da un punto vista differente sul problema della violenza delle forze dell’ordine e della convivenza razziale. A tratti quasi un classico law-movie, è caratterizzato da un crescendo ininterrotto di eventi sempre più drammatici, culminando nel finale in un’unica riassuntiva e potentissima inquadratura.

Nuovo Cinema Paralitico

Poche volte le sequenze sono davvero evocative e le parti migliori sono quelle parlate, ma si termina la visione come dopo un lungo viaggio attraverso l’Italia in un solo giorno sentendosi più ricchi di prima, anche se solo di poco.

E non è poco.

Alessandro Cellamare

Mickey on the Road

L’androgina Mickey e Gin, ballerina di lap dance, amiche per la pelle di un’amicizia ambigua, da Taiwan si recano in Cina in un viaggio avventuroso. La sceneggiatura è prevedibile, un misto di road movie e crescita interiore, una trama esile e un po’ scontata. Sullo sfondo di una Cina moderna capitalistica e consumistica priva ormai di spiritualità, i cui barlumi permangono ancora a tratti a Taiwan.

Tiziana Garneri

Il nero

Pura Nouvelle Vague, Il nero ha un fascino magnetico al di là di ogni narrazione, donando un ineffabile senso di incertezza, secondo una partitura scomposta da cool jazz. Un film BN ad alto contrasto, che cerca le sfumature parlando di uomini un po’ bianchi, un po’ neri.

Alessandro Cellamare

The Evening Hour

Sin dalle prime battute si palesa la desolazione a colpi di pickup e sentimenti inariditi di un microcosmo immobile e precario al tempo stesso, dalle case, alle opportunità di lavoro, chiuso e asfittico nonostante le notevoli aperture paesaggistiche. I personaggi si muovono su un piano inclinato che inesorabilmente afferma la gravità della forza che li sospinge verso un destino prevedibile. Un pezzo di America invecchiata, ostinata e vischiosa da cui è difficile andarsene ma è ancor più difficile fare ritorno e rompere l’irrispettabile equilibrio di superficie, così come un sasso spezza la quiete inerte di uno stagno.

Elena Pacca

Memory House

Casa de antiguidades, tradotto in Memory House, già selezionato a Cannes, ambientato nel sud ricco del Brasile, è una straordinaria pennellata fotografica di Echazarreta che ne sottolinea la valenza xenofoba.
I colori virano dal bianco abbacinante del caseificio di cui sono proprietari i bianchi austriaci a quelli caldi e scuri della pelle e della casa abbandonata in cui vive il brasiliano Cristovan che nella azienda lavora.
Dimora piena di oggetti della tradizione brasiliana, in primis il toro mitologico.
Il lungometraggio di J. Paulo Miranda ha valenze simboliche, politiche, con un attento recupero della cultura brasiliana ancestrale, che diventa la vera interessante protagonista.

Tiziana Garneri

My America

Al di là dei temi scottanti,  My America è un doc che non rapisce, ed emoziona chi è già emozionato, il cinema diventando accessorio secondario. La sensazione è di ripetizione melensa e pietistica, e firma ne è la colonna sonora. Non terribile, ma Michael Moore è altra cosa.

Alessandro Cellamare

The Dark and the Wicked

Un horror classico che procede lentamente per cerchi concentrici assicurandoci un malessere persistente, scandito dal tintinnio degli oggetti pendenti che “allarmano” i varchi del bestiame.
Un ambiente rurale dove convergono i figli,
allontanatisi da tempo, di un’anziana coppia dove lei ancora si occupa della fattoria e si prende cura di lui. Se la funzione genitoriale è quella di proteggere i figli, quell’esortazione a riprendere la strada di casa giunge forse troppo tardi.
Buona l’atmosfera e la tensione, così come il rapporto dialettico dentro/fuori la casa per tentare di capire dove alberghi il “lupo”.
Da rivedere la rappresentazione del male, per l’appunto, in versione “zombie brutti”: si poteva fare di meglio.

 

Bonus track: dedicato a chi, sobillato dal lockdown e dall’inverno incipiente, ha deciso di darsi al knitting.

Elena Pacca

Mickey on the Road

Prediligendo inquadrature statiche che insistono a lungo, la regia di Mian Mian Lu descrive un Estremo Oriente metropolitano coloratissimo e plastificato, regalando pillole di ràlenti ed un universo esteticamente elettrizzante. In questo spazio, dove si materializzano alcune scene pregevolissime, si muovono agevolmente, tra tradizione e modernità, tra Taiwan e Cina, Gin Gin e Mickey, dissimili ma soprattutto amiche.

Lucky

Una donna viene aggredita da un uomo misterioso, il marito lo uccide, ma per lui non c’è nulla di strano. E’ l’inizio di un incubo, senza spiegazione, né via di fuga. L’incontro con le altre donne è da brivido.

Regia convenzionale, ma il Fantastico DOC è di scena.

Alessandro Cellamare

Moving On

Sulla scia del giapponese Kore’eda, la giovane regista coreana Yoon Dan-bi esplora la famiglia con le sue inevitabili luci ed ombre, attraverso gli occhi della nipote adolescente.
Una famiglia fratturata dalla separazione dei genitori, che ritrova una certa unità a casa dell’anziano nonno.
Punto di riferimento e sostegno nelle difficoltà, la famiglia di origine simbolicamente rappresentata dalle riunioni attorno al desco,
rimane valore imprescindibile in contrapposizione alle società “liquide”.
Anche alla morte del nonno.
Film semplice, non privo di una certa eleganza, ove nella messa in scena la macchina da presa fissa non azzarda mai primi piani che turberebbero l’intimità con la loro intrusione, obbligando lo spettatore ad osservare a distanza.

Tiziana Garneri

Regret

Dopo i titoli di coda di Lucky, a firma del cinema fantastico, questa volta della miglior stirpe, compare Regret, corto che muove un passo oltre sul genere e scende nella paura viscerale senza mezze misure.

Stavolta sprangate le porte: è di scena il terrore.

Alessandro Cellamare

Wildfire

La salute mentale raccontata attraverso il disagio di due sorelle, Kelly e Lauren, che fanno i conti con il suicidio della madre.
Un cappotto rosso feticcio, ricordi di feste di Natale a luglio, musica trasgressiva, forse pazze, come la madre.
La follia come trauma ed eredità.
Il soggetto è scarno e non approfondito, ma recitato con coinvolgente trasporto.
Non mancano scene da thriller.
Dedica a Nica McGuigan, Kelly, morta a 33 anni, dopo le riprese.

Liliana Giustetto

The Last Hillbilly

Ritorno ad Harlan County, Kentucky, luogo reale e mitico insieme di un’America in via di estinzione. Dove la colonizzazione del Grande Paese viene evocata da un poeta che cerca di comunicare con la propria terra in un ipnotico flusso di coscienza. Un’opera di poesia che cerca di assimilare il legame ancestrale con l’ambiente naturale alle ombre sonore dell’industria mineraria che ancora aleggiano nell’aria. Un film che è una preghiera laica per il futuro dei figli, nella speranza di poter loro infondere la forza dei padri, di riuscire a rievocare lo spirito identitario dei pionieri nelle notti passate intorno ai falò accesi.

Umberto Mosca

Wildfire

Lacerazioni. Le ferite del passato, storico e personale, si riverberano sul presente di due sorelle irlandesi. Le stigmate della follia sembrano il tragico lascito di una vita che si nutre di incertezza. La sisterhood colma lo spazio tra l’abisso e la libertà di un futuro, quale che sia.

Elena Pacca

Moving On

Adulti deboli, anziani indifesi, ragazzi smarriti: una famiglia.
Sull’esempio di Kore’eda, una istantanea sulla vita di una modesta famiglia coreana,
perfettamente aderente alla realtà di tutto il mondo.
Magnifica la figura del nonno.
La casa come protagonista secondaria.

Liliana Giustetto

Botox

Thriller familiare con omicidio, sottolineato da una fotografia livida e fredda ed una musica che spazia dall’elettronica al flauto iraniano.Non mancano momenti di comicità o ironia ove il regista Mazaheri, iraniano, nella messa in scena si astiene da giudizi o moralismi. Il BOTOX diventa simbolo di emancipazione femminile in una società ancora patriarcale, ove la protagonista Akram, persa nel suo mondo autistico e talora onirico, impersona. nella sua ribellione omicida, la ricerca di libertà.

Tiziana Garneri

Antidisturbios

Due anni dopo Il regno, Rodrigo Sorogoyen approda e fa nuovamente centro al TFF con i primi due episodi di una miniserie di sei incentrata su una squadra di Polizia Antisommossa madrilena. Prologo illuminante, tensione, estrema accuratezza dei dialoghi, ritmo serrato, coralità attoriale, carattere e fisicità. La mdp non indugia né si compiace, marca stretto i protagonisti, e l’asciuttezza di sguardo non cede un millimetro alla credibilità d’azione e narrazione. Avanti così!

Elena Pacca

The Last Hillbilly

Senso di inquietudine e morte, che non può non rimandare al villain-cinema, ma è tocco non forzato, che lascia spazio alla costruzione di un’identità oggi combattuta tra emancipazione e radici.

La natura, quella umana e quella bestiale.

E, tra le due, The Last Hillbilly.

Alessandro Cellamare

A Machine to Live In

Immaginare un sogno: questo e non solo è Brasilia, la città progettata più di sessant’anni fa da Oscar Niemeyer, venuta al mondo già cresciuta. In un rincorrersi di linee, spazi e tagli di luce sconfinati, Brasilia è una città astratta e concettuale, affascinante o respingente, ma per chi sa guardarla è stupore e meraviglia. “L’utopia è arrivata ma ora è imbottigliata dal traffico”. Siamo catturati da un flusso di coscienza che fa respirare e sussultare la città come un organismo vivente. Le incomprensioni sono il frutto di lingue diverse, di dialoghi interrotti: l’esperanto un sogno anch’esso di embrionale vastità.
Poetico, politico, cosmogonico.

Elena Pacca

Fried Barry

A cavallo tra Under the Skin e i trip di Gaspar Noè, ma abbatuto di grottesco, Fried Berry è un pasticcio che ammicca al trash, ma lascia sospettare una regia meno sciocca dell’apparenza, persino evocativa di certi orrori inconsci sull’onda di Aphex Twin.

Non così banale.

Alessandro Cellamare

My America

Con l’ausilio di primi e primissimi piani, a volte particolari, la Cupisti tenta di coinvolgere lo spettatore portandolo fin dentro ai pensieri degli intervistati. Ci riesce. Un documentario spietato, meticoloso ed a tratti commovente sui drammi sociali e politici che stanno minando il sogno americano.

Poppy Field

Il regista rumeno Jebeleanu, teatrale e cinematografico, va giù duro, diretto ad affrontare il tema dell’ omosessualità. In 81 minuti nel bel Poppy Field la macchina da presa, priva di colonna sonora, ci parla attraverso le vicissitudini di Cristi, poliziotto gay, di pregiudizi e disprezzo. Si muove circolarmente, nervosa, ad inquadrare in un cinema di Bucarest i volti dei molti (anche con immagini sacre) che deplorano i ”froci”, i “malati” e i pochi che li difendono. Film fatto di isolamento e solitudine, di arretratezza e ipocrisia.

Tiziana Garneri

Helmut Newton: The Bad and The Beautiful

The Bad and The Beautiful è innanzitutto il ritratto di un uomo gioviale e autentico, che ha giocato tutta la vita coi propri impulsi feticistici come un bimbo con il pongo. Un creativo perverso polimorfo che insegna a non temere la propria Ombra, anzi a cenarci insieme.

Alessandro Cellamare

Ezio Gribaudo - La bellezza ci salverà

“Il mondo diventa una fortuna quando incontri la persona giusta”. Di persone “giuste” ne ha certamente conosciute l’artista ed editore torinese! Un documentario dall’impostazione classica che attraverso accurate ed emozionanti immagini, permette ad Ezio Gribaudo di raccontarsi direttamente dal proprio studio, rampa di lancio per percorrere gli orizzonti dell’arte di tutto il Novecento ed oltre.

Suole di vento - Storie di Goffredo Fofi

Che amabile e ribelle nonnetto il Goffredo Fofi di Suole di vento, lì a raccontare con arguzia, dramma e simpatia goliardica tutto il secolo scorso, dalla seconda guerra mondiale fino agli anni della contestazione. Senza parlare di cinema, Fofi fa cinema e tocca il cuore.

Alessandro Cellamare

Wildfire

Si percepisce il freddo del Nord Europa durante la visione di questo riuscito film sui legàmi familiari. Percepiscono e vivono le loro emozioni ancor più intensamente le sorelle Kelly e Lauren fino all’estremo dolore fisico. Anche la cornice dell’ormai endemica instabilità politica irlandese non è solo un contesto inerte.

Moving On

Una tranche de vie coreana che coglie una famiglia slabbrata ritratta in un momento di difficoltà e di deriva esistenziale. Un padre che si arrangia come può a sbarcare il lunario, una madre separata che ha abbandonato i figli, una ragazzina alle prese con un primo amore poco corrisposto, un bambino che soffre dell’assenza materna, una zia prossima al divorzio, un nonno vedovo e malato che abita una grande casa che diventerà teatro – le stanze sipario – della nuova quotidianità. Di sfondo una società dove tecnologia e modernità convivono con precarietà e arretratezza. Sguardo forse fin troppo lieve, nobilitato dalla figura del nonno, capace di sprigionare un afflato di umanità, contratta dalla solitudine del vivere, per consolare un nipotino in lacrime.

Elena Pacca

A Rifle and a Bag

Originale pellicola che getta uno sguardo su una realtà poco conosciuta, quella dei Naxaliti, guerriglieri armati di fede maoista che vivono nelle regioni più povere dell’India tentando di difendere le foreste e le miniere di argento ed oro in mano ai latifondisti. Ma se rinnegano queste posizioni antigovernative, tentando di riinserirsi nella società, vengono emarginati, considerati non appartenenti a nessuna casta e privati dei più elementari diritti quali ad esempio l’istruzione dei figli. Bella fotografia, prettamente notturna perché privati anche di energia elettrica. Non rimane loro che riunirsi attorno al fuoco la sera a riflettere sulla loro situazione criticando ma anche rimpiangendo la precedente militanza politica.

Tiziana Garneri

Quasi Natale

Un pretesto, una madre in fin di vita, due fratelli, una sorella, una sconosciuta. L’incontro, le relazioni note si affacciano, quelle nascoste emergono come fiori fragili, delicati, emotivi. Le solitudini, le delusioni, l’abbandono e il passato. Ed è Natale.

Alessandro Cellamare

Regina

L’amore tra un padre ed una figlia minato da una morte accidentale. Quasi un giallo per disegnare un affetto profondo che supera gli ostacoli.
Impianto narrativo un po’ debole, supportato da un’ottima, giovane attrice.
Amore, ribellione, riavvicinamento in una realtà famigliare dove la mancanza della madre rende indispensabili l’uno all’altra i protagonisti.
I problemi di coscienza della ragazza fanno fare al padre la scelta giusta, proprio quella che non voleva fare.

Liliana Giustetto

Poppy Field

La claustrofobica ambientazione che costringe in uno spazio chiuso sembra andare di pari passo con l’incapacità e la paura di Cristi di uscire allo scoperto e dichiarare la propria omosessualità anche al di fuori della famiglia. Tra sequenze teatrali e dense inquadrature sui personaggi spiccano le rosse poltroncine della sala cinematografica in cui si svolge la maggior parte dell’azione: paiono proprio “papaveri”.

In the Mood for Love

Già nel 2016, il TFF34 assegnò il Gran Premio Torino a Christopher Doyle. Il celebre direttore della fotografia, che portò a termine uno dei suoi migliori lavori con In the Mood for Love, torna virtualmente al TFF38. Le sofisticate, eleganti ed impeccabili inquadrature che si susseguono senza soluzione di continuità sono, senza dubbio, una delle cifre che hanno contribuito al successo del capolavoro di Wong Kar-wai.

Breeder

Un’occasione mancata. Uno spunto iniziale che avrebbe potuto svilupparsi con esiti interessanti e che invece si perde nei meandri (letteralmente) dell’improbabile. Cast allo sbando, privo di uno straccio di sceneggiatura, caratterizzazione imbarazzante con due villain insulsi (oltre alla dottoressa “Mengele“), taglio televisivo detto nella peggiore accezione. Tutto purtroppo malamente prevedibile una volta intuita la scelta registica, che si protrae sino al finale, senza uno scarto degno di nota.
Unica conferma, se mai ce ne fosse bisogno, è che c’è sempre del marcio in Danimarca.

Elena Pacca

Salaam Cinema & The Afghan Alphabet

“Io faccio parlare il popolo non il potere e con la conoscenza, l’arte ed il cinema si può cambiare il mondo in meglio”

(Makhmalbaf)


Pensieri del cineasta iraniano che sa usare come sempre, in modo impeccabile, la cinepresa.
Primissimi piani di bambini e ragazzine velate imbevuti di cultura talebana, che vivono al confine tra Afghanistan ed Iran, privati del diritto alla scolarità anche se prettamente improntata sul Corano. Con loro dialoga sulle condizioni e aspirazioni.
E altrettanto in Saalam Cinema, un inno al cinema, ove sviscera come un bisturi affilato pensieri ed emozioni di partecipanti ad un casting per un suo lavoro.
Ma intanto è già film, cinema originale e raffinato.

Tiziana Garneri

Billie

Tutto quello che può essere un documentario cinematografico che si muove in assenza di fonti filmiche primarie. Un film di fotografie che esalta la potenza espressiva delle voci del passato, con la valorizzazione massima di pochissimi materiali audiovisivi d’archivio. Un’opera che nella sua apparente semplicità – un’autentica celebrazione delle tecnologie analogiche – riesce a incarnare l’immagine di un’America di tutti i colori sordida e sessista volta a reprimere ogni istanza di liberazione femminile, fino alla soglia degli anni Ottanta.

Umberto Mosca

Funny Face

Pellicola singolare, ai limiti dell’anti-narratività, sviluppata attorno a due creature “aliene”, sulla stessa strada per caso. Pur diverse, si comprendono, eppure senza troppe parole. Colonna sonora connotativa, fotografia a tratti onirica.

Si sogna, si pensa.

Alessandro Cellamare

Poppy Field

A metà del film il protagonista è seduto al centro di una platea di poltroncine rosse in un cinema vuoto, solo contro tutti, solo contro se stesso. Spazio claustrofobico come la sua vita che non prevede un altrove, che siano i viaggi fatti dal compagno o una semplice gita in montagna, ma si circoscrive in un appartamento, il lavoro nel corpo di polizia e forse qualche cinema da scambi promiscui. Un orizzonte chiuso, intrappolato in una rete di silenzio, disagio, timore di una rivelazione che ben si percepisce nei movimenti degli occhi, nei sussulti del viso, nella contrazione dei muscoli, in tutta una mimica facciale multiforme, catturata da uno sguardo ravvicinato ma mai aggressivo. Il conflitto sociale – un gruppo di manifestanti ultraconservatori e bigotti interrompe la proiezione di un film a tematica omosessuale – alimenta quello personale e l’ambiguità (chi sa o sospetta) è altrettanto violenta.

Elena Pacca

The Afghan Alphabet

Un toccante documento sulla situazione dei fanciulli, in una realtà sociale schiacciata da una deviante e perniciosa influenza religiosa.
I bambini anelano ad accedere all’istruzione perché la sete di sapere travalica ogni difficoltà. L’unica possibilità sta nella lettura ossessiva, senza comprensione, del Corano.
Ma le bambine sono ad un livello ancora inferiore.
Schiacciate da retaggi maschilisti con copertura religiosa, sfruttati dalla società.
Toccante il dialogo tra due bambine per decidere se rimanere escluse dalle lezioni o togliersi il velo dal volto di fronte a non consanguinei.
La minaccia è di cadere in peccato e non essere più accolte da Dio.
Alcune, invece, sono più coraggiose e, forse, questo le aiuterà nella loro vita da adulte.
Speriamo.

Liliana Giustetto

Dear Werner

C’è il racconto dell’uomo-Herzog in questo avvolgente documentario che trasuda mistero sul senso della vita, il conflitto tra accoglimento del dominio della natura e il rifiuto dello stesso. Ed Herzog e Maqueda diventano montagne e viaggiano, sfidando la morte.

Alessandro Cellamare

Cleaners

Inedito, spregiudicato, vitale. Con un che di sovversivo, irriguardoso e pulp come possono essere l’adolescenza e i ricordi condivisi che la consegnano al tempo che verrà. Un film creato in stop motion da fotocopie di fotogrammi in cui alcuni particolari dell’abbigliamento di ciascuno emergono grazie alla colorazione brillante e fluo tipica degli evidenziatori, caratterizzando in tal modo i personaggi e le storie.
E se il contesto – una scuola cattolica filippina nel 2007 – ci può apparire un po’ distante, i sentimenti, le frustrazioni e le paure dei ragazzi no e, come raccolte in una agenda voluminosa, ne risfogliamo le pagine usurate o illeggibili, ripercorrendo gli inciampi del crescere. Alla fine si urla, i colori debordano, si sovrappongono e poi si rimette in ordine, si ripulisce la classe, pronti a dare spazio a chi arriverà dopo.

Elena Pacca

The Oak Room

Narrazione classica, ritmo, sorprese, neve, buio e un pizzico di orignalità: questa la formula di un mystery/noir che lascia da parte lungaggini e sottotesti per divertire e giocare con lo spettatore.

Ogni singolo racconto è una lezione di intrattenimento.

Alessandro Cellamare

Billie

E’ il racconto del dark side di Billie Holiday, lo sporco che sporca la voce, in una serie di registrazioni ai limiti del crime-doc. La storia dell’intervistatrice si confonde con quella dell’intervistata, in un film che puzza di maledizione ad ogni angolo.

Alessandro Cellamare

The Oak Room

Tutti amano le storie e, se raccontate da voce abile, vi si immergono. Un noir/thriller in un ambiente sapientemente stereotipato quello del regista canadese. All’interno di un cocktail fatto di bar deserti oltre orario, notturne circostanze sinistre e tormente di neve, i personaggi, complice un’atmosfera irreale e misteriosa, snocciolano storie che come matriosche s’innestano l’una nell’altra ed immobilizzano lo spettatore nell’attesa dell’epilogo.

Zaho Zay

Fa tenerezza la visione di Zaho Zay, pellicola costruita usando poca messinscena e molto sovrasenso, di un’artigianalità che ricorda le strategie di riciclo di Roger Corman. Ma c’è un’estetica tutt’altro che banale.

Vale per il lavoro più che per la resa.

Alessandro Cellamare

Botox

Un finale sorprendente e piacevolmente destabilizzante quello del film di Kaveh Mazaheri. Poco prima, al ritorno sul luogo della sepoltura del fratello, Azar non trova più alcuna traccia: e se nulla di ciò che è stato raccontato fosse successo? Se Emad non fosse morto ma avesse lasciato sul serio l’Iran alla volta della Germania? Se avesse ragione Akram, la sorella “sciocca”? Ovviamente allo spettatore ogni giudizio. Un film iraniano sul desiderio di fuga che tarda a farsi svelare poiché più complesso di quanto appaia.

Un cuerpo estalló en mil pedazos

Interessante narrazione attorno all’artista Jorge Bonino, descritto da una voce fuori campo e immagini BN che rimandano alla sua vita senza essere la sua vita. Storie di vagabondaggio, estro, follia in una sorta di nouvelle vague raccontata.

Alessandro Cellamare

BABELICA APS
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