[TFF39] EL PLANETA | Spagna, anno zero

Regia: Amalia Ulman

Anno: 2021

Produzione: Stati Uniti d’America, Spagna

Premio TFF39: Premio speciale della giuria

una recensione a cura di Elena Pacca

Un desolante bianco e nero. Una teoria di esercizi commerciali chiusi e cartelli di locazione sghembi ormai incollati da troppo tempo sulle vetrine opache. Una popolazione per lo più anziana che percorre le strade con la rassegnazione di chi non ha più nulla da chiedere al futuro e l’unica cosa che conta è sopravvivere al presente. La crisi economica ribalta le possibilità di molte vite, impone scelte obbligate. 
E’ dura cambiare status sociale, modus vivendi, smettere di essere chi si era sino a poco tempo prima, anche agli occhi della gente, perché la perdita di dignità è violenta quanto la perdita di possibilità economica. Leonor, detta Leo, aspirante stilista, alla morte del padre e complice l’incertezza causata dalla Brexit, lascia Londra e ritorna a Gjion, città natale, da sua madre. La scopriamo da subito in una veste insolita mentre, guardinga e circospetta, è seduta al tavolino di un bar e sta aspettando qualcuno. È un uomo, più grande di lei, che dopo sbrigativi convenevoli entra a gamba tesa con un dialogo che spiazza. 

Lui esprime i suoi gusti in fatto sessuale, dicendo – per metter da subito le cose in chiaro – cosa predilige e lei apparentemente serafica e sorridente risponde che non c’è nessun problema “ciò che piace a te, piace a me”. Il proposito di rimediare un bel po’ di soldi nel breve naufragherà di lì a poco quando le aspettative di lei – “su internet per una cosa così si parla di 500€” – si  infrangono sulla risposta di lui che brutalmente e quasi irridendola afferma che “per esempio un pompino al cambio attuale degli incontri in rete vale 20€” e il relativo commiato dell’avventore che come ogni buon padre deve andare a prendere i figli.

Il disperato bisogno di soldi si palesa inequivocabilmente quando incontriamo la madre della giovani, nella casa che fra poco dovrà lasciare, dove si compiono rituali scaccia-avversità e dove si mangiano solo biscotti. Maria, una bella donna che campa di espedienti, si prepara con cura, sfoggiando abiti eleganti quando scende in campo per attuare piccole truffe, e millantando fantomatiche amicizie con un politico locale per ottenere favori o godere di piccoli privilegi. Si sorride delle situazioni anche divertenti, delle battute argute, di Leonor stralunata creatura con velleità di carriera, frustrate dall’aver abbandonato il centro del mondo per ritornare in provincia. Ci intenerisce la breve storia che potrebbe essere d’amore e non sarà. Ci affezioniamo a questo personaggio che vive suo malgrado un disagio e un’inappropriatezza a tratti buffa e lievemente goffa, che ricorda certe movenze e il tentativo di affermarsi di Frances Ha, di Noah Baumbach. Così come non riusciamo a stigmatizzare il comportamento, disinvolto quando non sfacciato, della madre. Solidarizziamo e sosteniamo questa strana coppia, questa squinternata società di mutuo soccorso che fa di necessità schiavitù, per la sottomissione ad un’apparenza all’altezza della situazione. Un’apparenza che le “false ricche” – come la cronaca le aveva denominate, visto che la vicenda prende spunto da una notizia realmente accaduta – devono sostenere per non cedere. Poi anche la parvenza di normalità, di vita in precario equilibrio sul filo del rischio, si interrompe. E mentre si è ancora intrisi di quella mestizia finale irrompe il colore del servizio sui Reali di Spagna, al premio delle Asturie, la gente assiepata lungo le strade per vivere un momento di riscatto effimero indossando l’abito migliore e una protesta che trova voce in chi non si accontenta più di restare a guardare. Maria e Leonor, madre e figlia sulla scena, interpretate da Ale Ulman e Amalia Ulman, madre e figlia nel reale, assecondano un ruolo greve e amaro con punte di leggerezza e complicità che donano, ad una pellicola apparentemente lieve, misura e credibilità.

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