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[TFF39] LA TRAVERSÉE | Superare l’infanzia senza l’infanzia

Titolo internazionale: The Crossing

Regia: Florence Miailhe

Anno: 2021

Produzione: Francia, Repubblica Ceca, Germania

una recensione a cura di Alessandro Cellamare

La fenomenologia dell’animazione cinematografica si articola da sempre, volente o nolente, principalmente in tre grandi manifestazioni.
Una prima, a copertura del grosso della produzione, si indirizza a un pubblico di minori, letteralmente adescandolo tra furbizie commerciali e trucchetti da dilettanti, nei modi di un clown con deliziose caramelline colorate, profumate di fragola e lampone ma insapore, forgiate in plastica lucente con annesso stampo Taiwan sul retro – ma coi bambini è facile e spesso anche con gli adulti: in questi casi meglio i palloncini di Pennywise.
Una seconda, più sofisticata, cerca lo stesso pubblico ma senza inganno, raccontando storie eterne attraverso la magia del grande cinema, coltivando raffinata maturità nei bambini e recuperando l’infanzia perduta negli adulti, che diventano, così, il target collaterale – sì, c’era una volta Walt Disney, c’era una volta la Pixar, e la sindrome della Belle Époque non c’entra nulla.

La traversee img 3 ale

Un terzo filone, branco di pochi esemplari, è quello costituito dalla cosiddetta animazione adulta, indirizzata principalmente a fasce d’età di meno giovani, che prova a raccontare attraverso la fantasia e la libertà espressiva del disegno emozioni e pensieri complessi, spesso lanciati da tematiche sociali, storiche, psicologiche o filosofiche ma non di rado anche di genere, come la fantascienza e il noir. È su questa linea a collocarsi La traversée di Florence Miailhe – e non poteva essere diversamente, vista la selezione di una première forse fin troppo seriosa verso i titoli in gara -, presentato in concorso alla 39esima edizione del Torino Film Festival. Fuori dal tempo e senza identificazioni di razza, The Crossing (questo il titolo internazionale) è il racconto di un’odissea, quella di una piccola comunità cacciata da

autorità locali, ghettizzata, messa in fuga e poi braccata. La narrazione si muove attorno a due bambini, fratello e sorella, che si ritroveranno ad affrontare, divisi, percorsi incidentati che li costringeranno a crescere anzitempo, diventare adulti, ritrovarsi cambiati e gettare le impronte per un futuro senza più guide e genitori. Realizzato con pittura a olio su lastre di vetro, in forme approssimative ma efficaci, La traversée, sin dalle prime immagini, compie l’incanto di scaraventare lo spettatore in un mondo d’altri tempi – che lo si sia vissuto o meno per ragioni anagrafiche – governato da quella genuinità con la quale si raccontava per sole figure accennate, figlie delle ombre cinesi, e si coglieva il segno senza troppe preoccupazioni sul realismo grafico.

L’impatto cromatico è travolgente, donando il tocco della fiaba e la leggerezza dell’infanzia su una traccia narrativa di grande forza drammatica. E’ un contrasto che vince e sembra convergere nella figura della gazza ladra, nera ma colorata nella sua inattesa umanità, che ruba, fugge, ma torna come un caronte di libertà, custode dei due ragazzi. Evidente portatore di tematiche attualissime, dalla diversità all’emigrazione/immigrazione/emarginazione, La traversée nel suo essere prepotentemente politico mantiene tuttavia un’eleganza che non irrita per pretestuosità, anzi sembra peccare sul fronte opposto, per una mancata audacia in drammaticità e tensione, uniche défaillance che non

La traversee img 1 ale

riescono a consegnare a questo coming-of-age una statura memorabile. Si chiude la proiezione senza sentirsi né diversi né migliori, eppure percependo un benessere che ha a che fare con la memoria e con la calda sensazione di non essere stati soli nell’impresa di superare l’infanzia, forse, lì e allora, anche grazie a cinema d’animazione come questo.
E tanto non è poco.

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