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[TFF40] EMPIRE OF LIGHT | Una metafora del cinema e del suo senso

Regia: Sam Mendes

Anno: 2022

Produzione: Stati uniti d’America, Regno Unito

una recensione a cura di Chiara Lepschy e Giuseppe Minerva
Empire of Light img 1 beppe e chiara

Sam Mendes torna in sala con Empire of Light (in Italia a fine febbraio 2023), un sofisticato omaggio al cinema classico ma non solo, poiché ricco di variegate tematiche collaterali e non.

In primis, vi è la vita giornaliera e in parte decadente di un vecchio cinema, l’Empire, situato in una cittadina posta sul mare nell’Inghilterra meridionale. Il locale è un capolavoro Art Déco in cui il direttore – Mr. Ellis (Colin Firth) – e le varie figure professionali si adoperano per un suo adeguato funzionamento, nella speranza di mantenerlo aperto e avere la possibilità di ospitare la premiere regionale di un importante film di prossima uscita, identificato filologicamente in Momenti di gloria (come filologica è la citazione degli altri film che figurano in cartellone). In Empire of Light è quindi dedicato ampio spazio a quelli che sono i professionisti minori o meno conosciuti della gestione di una sala e che, seppur di limitata importanza, ne garantiscono l’operatività: le maschere che accolgono e indirizzano gli spettatori paganti, la responsabile dei servizi, il proiezionista, l’addetto alla biglietteria. Alla narrazione di un’ordinaria attività lavorativa si affiancano le vicende dei due personaggi centrali nella storia ma marginali e sofferenti nella vita di ogni giorno: l’esperta Hilary (Olivia Colman), addetta ai servizi generali, e il giovane Stephen (Micheal Ward), da poco assunto come maschera.

La prima, non più giovane, vive una relazione clandestina, saltuaria e del tutto insoddisfacente con il direttore del cinema, mentre il secondo aspira(va) ad iscriversi alla facoltà di architettura. Ai due protagonisti principali si affianca il proiezionista Norman (Toby Jones) che con spirito didattico, e malinconico al contempo, spiega al giovane Stephen come il cinema non sia altro che un semplice susseguirsi di immagini fisse intervallate da oscurità, che risolvono positivamente il difetto di funzionamento dell’occhio umano, restituendo movimento e vita alle immagini.

Empire of Light img 2 beppe e chiara

Lo stesso effetto rivitalizzante che la vicenda avrà su Hilary e Stephen: lei affetta da disturbi mentali che si presentano periodicamente rendendola irascibile e intrattabile non appena si allenta la presa sulle cure e lui – un giovane di colore in un Regno Unito che conosce le durezze del governo Thatcher (siamo fra il 1980 e il 1981) – che deve fare i conti con un razzismo violento che rialza la testa in un Paese nel quale la crisi dovuta (anche) alle scelte economiche e sociali della lady di ferro fa sentire i suoi morsi. La breve relazione fra i due protagonisti aprirà per entrambi un nuovo percorso di scelte e di speranza, in un’atmosfera forse melodrammatica ma coinvolgente e, a tratti, commovente.

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Il film è un limpido esempio di cosa può essere un moderno cinema che si ispira alla lezione classica e che dispone del budget necessario per raggiungere gli obiettivi prefissati. Ciononostante, risente dell’ingombrante, anche se interessante, presenza di tre temi di rilievo – il significato del cinema, la sofferenza mentale e il razzismo (un evidente richiamo all’attuale situazione nel continente europeo) – che emergono talvolta in modo troppo didascalico e, inevitabilmente, poco approfondito.

Ancora una volta straordinaria la prova di Olivia Colman, per la bravura e l’intensità con cui rappresenta le sfaccettature e i diversi stati d’umore di un personaggio affetto da problemi mentali. Da premio.

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