associazione di promozione sociale

[TFF41] BIRTH | Death

Titolo originale: Naui pituseongi yeonin
Regia: Jiyoung Yoo
Anno: 2022
Produzione: Corea del Sud

una recensione a cura di Chiara Lepschy e Giuseppe Minerva

Birth è la seconda opera della regista sudcoreana Yoo Ji-young, presentata al 41° TFF nel Concorso Lungometraggi. Nei suoi 155’ di durata, il film affronta il tema della maternità inattesa e dei suoi effetti su una coppia di giovani coreani, scrittrice di talento lei, insegnante di inglese in una scuola privata lui. Nella lunga premessa che precede la scoperta dell’attesa di un figlio, il film delinea già le caratteristiche dei protagonisti e – sebbene la loro vita scorra in apparente armonia – cogliamo già delle differenze di carattere e di percezione che potrebbero minare la solidità del rapporto.

Birth locandina beppe e chiara

La notizia di una gravidanza indesiderata si abbatte come una deflagrazione sulla vita dei due protagonisti, le cui reazioni passano dall’iniziale sconcerto di entrambi, al completo rifiuto di lei e all’accettazione di lui, anche a causa – nel caso di quest’ultimo – delle difficoltà di procedere ad un’eventuale interruzione della gravidanza per i problemi fisici della compagna, anemica e sottopeso.

L’irriducibile diversità di vedute ci porta all’interno di una dinamica di coppia in cui la futura mamma appare incapace di accettare la nuova situazione, timorosa com’è di dover sacrificare il proprio lavoro di scrittura e la propria creatività a un nuovo nato che – a detta di tutti coloro con cui si confronta – assorbirà interamente le sue energie. Di fronte a lei si trova un compagno apparentemente solido e pronto a sacrificare qualsiasi cosa per supportare la giovane donna nella crescita del figlio e garantirle il tempo necessario per continuare a scrivere. Ma anche lui, preso dall’impegno di dirigere una nuova filiale della scuola in cui lavora, crollerà miseramente al primo serio intoppo della carriera lavorativa.

A uno spaccato famigliare in cui Jay è descritta come una persona anaffettiva e concentrata su se stessa e Geonwoo come un individuo in apparenza solido ma in realtà fragile, fa da sfondo – anche se in modo solo indiretto – una società coreana in cui il lavoro assorbe ogni energia di vita e in cui il mancato successo è vissuto come un fallimento personale non superabile. Anche l’eccesso nel consumo di alcol – a cui la donna non riesce a rinunciare nonostante la gravidanza ed è ampiamente presente nelle cene di festeggiamento, è utilizzato per meglio sopportare e contenere la pressione di una società ultra-esigente e competitiva.

La fine della convivenza fra i due giovani sarà l’inevitabile conseguenza – anche a causa di due accadimenti drammatici – dell’impossibilità di fronteggiare i cambi di programma che punteggiano l’esistenza umana, irrimediabilmente alieni alle finalità a cui il singolo individuo si è votato.

In conclusione, il film offre un quadro coraggioso di una donna fuori dai comuni cliché e che – nonostante i buoni propositi – rischia di incorrere proprio nel problema che l’editor evidenzia, quando fa notare a Jay che nel libro che sta scrivendo ispirato alla sua vicenda ha creato un personaggio con cui è difficile empatizzare. Oltre a ciò, c’è forse un eccesso di possibili temi guida, in particolare quando si sovrappone il discorso sulle scelte relative alla prosecuzione della gravidanza agli aspetti più legati alla società coreana. Infatti, l’epilogo della storia di Geonwoo è più legata al senso di frustrazione lavorativa e alla violenza che ne può scaturire in una società iper-competitiva e formale piuttosto che alla gravidanza di Jay.

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