The Ballad of Buster Scruggs | Western e Surrealismo

una recensione a cura di Tiziana Garneri

Ethan e Joel Coen, coregisti e cosceneggiatori dei loro film, sono esponenti della cinematografia indipendente americana.
Il loro stile fortemente connotato, con riferimento al cinema classico, fatto di generi ma innovativo e spiazzante, grottesco e geniale, con una ricerca della geometria delle inquadrature e una attenta scelta dei colori e sfumature, è piacevolissimo.
Spesso i loro film hanno dialoghi esilaranti, demenziali (che la loro origine ebraica che li accomuna a Woody Allen abbia un‘influenza?), ma sono venati da una visione filosofica, sovente desolata, dell’esistenza.
Non dimentichiamo che Joel è laureato in filosofia ed Ethan in cinematografia.
Un mix davvero esplosivo.

Non fa eccezione La ballata di Buster Scruggs.
Nato come una miniserie di episodi, scritti in venticinque anni,  diventato un film nel 2018, premio a Venezia per la miglior sceneggiatura, fruibile su Netflix , pensato come un libro di sei racconti, libro inquadrato e sfogliato dalla cinecamera a mano a mano che gli episodi si dipanano.
Ove il primo funge da manifesto fondante dell’intera opera e la ballata fa da commento anche agli episodi successivi.

THE BALLAD OF BUSTER SCRUGGS (primo episodio)

Sullo sfondo di una splendida Monument Valley in panorama estivo, un cowboy mingherlino, vestito di bianco come un damerino, ottimo pistolero, ricercato, è famoso anche per la sua voce da usignolo che accompagna con la chitarra mentre cavalca sul suo cavallo. In effetti spesso il film prende la piega del musical. Stilisticamente siamo in pieno genere western con inquadrature con ampia profondità di campo, terra bianca e un sole accecante.
Siamo in pieno West, tra sparatorie e saloon , bicchieri di whisky e partite a poker.
Il nostro cowboy guarda quasi sempre in macchina e rivolgendosi  allo spettatore
racconta la sua storia e va incontro alla sua fine.
Fino a quando un pistolero più veloce lo uccide. Ma la scena della pallottola che lo colpisce in fronte trapassando anche il suo cappello ha un che di surreale e comico. L’Intuizione dei Coen  di farlo sparare di spalle guardando il suo avversario in uno specchio femminile è imperdibile.
Il climax del surreale si raggiunge quando la sua anima si stacca dal corpo e con un paio di ali da angelo ed una lira in mano, continua a cantare, a innalzarsi in un cielo blu screziato di nuvole, sperando di parare in lidi migliori.
I dialoghi del film sono sofisticati, intelligenti e divertenti.

NEAR ALGODONES (secondo episodio)

In questo secondo racconto, un bandito vuole assaltare una banca persa nel nulla di una prateria desolata.
Se la dovrà vedere con l’impiegato, in un crescendo di comicità.
Infatti la sparatoria all’aperto dopo una sparatoria all’interno della banca ove il bandito sembra avere la meglio, appropriandosi del bottino, è sinonimo di estrosa genialità.
L’impiegato ricoperto di padelle, sì proprio di padelle, a mo’ di armatura in modo da schivare i proiettili, lo cattura.
Il bandito viene appeso con un cappio al collo ad un albero, in equilibrio sul suo cavallo, perché venga giudicato. Ma i suoi giudici moriranno sotto le frecce dei Comanche che lo lasciano lì da solo, costringendolo a buffi contorsionismi per non rimanere strozzato nel cappio perché il cavallo si muove.
Viene infine acciuffato per essere impiccato sulla pubblica piazza.
Ma per i Coen un finale così sarebbe ancora troppo banale.
Perciò mettono in bocca al personaggio un’ultima battuta surreale rivolta ad un tizio che deve subire la sua stessa sorte: “È la prima volta anche per te?”
La caduta nella botola che sancisce la morte non avviene prima che il nostro bandito non abbia fatto l’occhiolino a una bella fanciulla tra il pubblico che assiste all’esecuzione.

MEAL TICKET (terzo episodio)

In questo terzo episodio vi è un cambio totale di registro.
E’ un racconto drammatico che evidenzia sino a che punto può arrivare l’abiezione umana.
I colori sono cupi nelle sfumature del verde e del blu, incastonate nella fotografia di montagne innevate in un inverno candido nei suoi fiocchi.
La macchina da presa inquadra spesso frontalmente un povero storpio senza braccia e gambe, un misero tronco legato a una sedia, sfruttato cinicamente e crudelmente da un uomo senza pietà e scrupoli, che lo esibisce nel suo teatrino ambulante per racimolare denaro.
Tra i due personaggi non vi è nessun dialogo. Feroce il contrasto tra lo squallore della situazione e il povero ragazzo che recita brani di Shelley e Shakespeare, nonché brani del discorso di Gettysburgh di A. Lincoln dinanzi a gente grezza e ignorante.
Ma il suo carnefice non esiterà ad ucciderlo, scoprendo che l’acquisto di una gallina ”matematica”, che fa di conto su richiesta del pubblico, permette maggiori introiti.
Atroce e impietosa la scena in cui l’essere spregevole va da una prostituta portandosi dietro il povero essere legato alla sedia, che viene girata perché il poverino non assista all’amplesso. Un amplesso che la prostituta offrirebbe anche al ragazzo e che gli viene negato dal suo persecutore.
La scena dell’omicidio dello sventurato è di notevole eleganza formale.
Lo spettatore la intuisce così, come l’ha intuito la povera vittima inquadrata nei suoi sguardi pieni di stupore e malinconia: un grosso sasso gettato nel fiume e il  carretto, dove si trova soltanto più la gallina. Con uno stile asciutto e minimalista che racconta l’atrocità.

ALL GOLD CANYON (quarto episodio)

Qui vi è un clima più disteso. Una prateria verdissima, assolata, ripresa in campi lunghissimi, dove si ritorna alla figura che cavalca tutta sola, cantando e parlando ad alta voce con un filone d’oro (rispolverato l’effetto musical). E’ infatti un cercatore di pepite, tema caro al cinema di frontiera, che scava instancabile con la sua pala presso il greto del fiume.
Si nutre pescando o salendo su un albero a rubare le uova di un rapace che lo osserva minaccioso. Egli troverà, dopo faticoso ed instancabile lavoro, l’oggetto del suo desiderio.
Il suo ”signor filone” tanto invocato nella sua prece si materializza. Ma un’ombra inquietante si staglia alle spalle del cercatore per ucciderlo e impossessarsi del luccicante metallo.
Il vecchio viene si ferito, ma non in modo mortale.
La situazione si ribalterà quando nello scontro a morire sarà il bandito con il cercatore che urlerà al cielo: “sono solo le budella quelle che hai colpito”.
Il protagonista si riprenderà, ma non prima di aver esibito la pallottola nel fianco allo spettatore.
E cantando, dopo aver caricato le pepite sul dorso del suo cavallo, riprenderà il suo cammino nella ubertosa prateria.
I Coen ci riservano un finale finalmente tranquillizzante.

THE GAL WHO GOT RATTLED (quinto episodio)

Il dramma aleggia nuovamente.
Il filo conduttore è un cagnolino assai irrequieto che la protagonista ha ereditato dal fratello morto di colera, assieme a tutti i suoi debiti.
Racconto di frontiera con la carovana che si muove lenta verso l’Oregon: i Comanche in agguato, un giovane di buone maniere che si offre di sposare la timida fanciulla per aiutarla, di fondare con lei una famiglia sognando una vita stanziale e contadina.
Ma il destino è imprevedibile e incontrollabile. Il cagnolino che doveva essere abbattuto per il suo continuo abbaiare, in realtà è stato risparmiato e la giovane, udendo il suo richiamo, imprudentemente si stacca dalla carovana per recuperarlo.
Uno dei capi carovana, fiutando il pericolo, la segue. Saggiamente perché gli indiani si stagliano sulla collina, pronti all’attacco.
Per difenderla le consegna una pistola con la raccomandazione di spararsi un colpo in fronte, qualora lui restasse ucciso nello scontro, perché una donna bianca in mano agli indiani viene torturata, stuprata e non può che fare una fine atroce.
Purtroppo, però, vi è un tragico  misunderstanding: la donna interpreta male uno sparo e si uccide. Contro il destino non si può nulla.

THE MORTAL REMAINS (sesto ed ultimo episodio)

E’ il racconto più criptico e allegorico di tutto il film, interamente da decodificare.
In una diligenza diretta a Fort Morgan, di fordiana memoria, viaggiano un inglese, un irlandese, un francese, una distinta signora e un trapper.
Conversando, esprimono le loro opinioni sulla natura umana. Per il trapper gli uomini sono come furetti o castori, non ha importanza la parola per comunicare, ma solamente i gesti e le espressioni mimiche.
Il  francese mette in dubbio provocatoriamente l’amore del marito verso la donna che, stringendo tra le mani la Sacra Bibbia, divide gli umani tra giusti e peccatori.
L’uomo sostiene infatti che gli umani mutano a seconda delle circostanze, sono arrivisti, e non è possibile una drastica classificazione tra buoni e cattivi.
L’irlandese, come l’inglese, è un cacciatore di taglie. Infatti sul tetto della diligenza, tra i bagagli, vi è un cadavere di un fuorilegge di cui vogliono riscuotere la taglia.
L’ inglese sottolinea un suo aspetto sadico: ama guardare negli occhi le sue prede quando stanno per morire mentre probabilmente sono alla ricerca di un significato alla loro esistenza.
In una atmosfera inquietante e surreale, caratterizzata da luci crepuscolari e nebbiose, la diligenza arriva alla meta. Si ferma dinanzi al portone di un albergo che, spalancandosi (nell’inquadratura forse vi è un rimando a Kubrick), fa salire la tensione dello spettatore.
Uno per volta scendono tutti dalla diligenza, titubanti a entrare. L’ultimo, il francese, vede la diligenza con il cocchiere incappucciato che se ne va senza aver scaricato i bagagli, in una sorta di visione simbolica dove le loro anime vengono traghettate verso l’ignoto. Un possibile Ade ove il cocchiere può essere letto come metaforico simbolo di morte.

Per fare una breve considerazione critica finale, il western caro ai fratelli Coen è, in fondo, in questo film, un pretesto per riflettere sulla cupidigia, le ambizioni, la brutalità dell’uomo, la sua caducità, l’aleatorietà della giustizia.
E’ inutile affannarsi. Non vi è possibilità di controllare gli eventi, il fato è imprevedibile e la destinazione finale è comunque sempre la morte, senza via di scampo.
I drammi di questa misera umanità si svolgono nella più totale indifferenza di una natura splendida, magistralmente fotografata nel susseguirsi delle sue stagioni.
Vorrei concludere con un paragone letterario: Cormac McCarthy nei suoi racconti di frontiera – e mi riferisco in particolare a Figlio di Dio e Suttree – fa lo stesso tipo di operazione. Contrappone, con momenti di alto lirismo e poesia, la descrizione di una natura incontaminata allo squallore umano.
Una natura che nel suo fulgore assiste disinteressata ai drammi dell’esistenza e alla morte inevitabile.

BABELICA APS
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