THE DEAD DON’T DIE | Gli attori

una recensione a cura di Alessandro Sapelli

Uno dei temi centrali dell’universo narrativo di Jim Jarmusch è da sempre stato il fallimento dell’american dream. Il regista newyorkese, portando spesso in scena storie di protagonisti relegati ai margini della società, ha contribuito negli anni a demolire il mito a stelle e strisce per eccellenza. Con I morti non muoiono decide di piantare gli ultimi chiodi sulla bara: il materialismo sfrenato, diventato parametro unico per misurare il successo o la felicità, ha portato l’umanità all’autodistruzione (sotto forma di apocalisse zombie).
Portatori di questo messaggio, una serie di attori che più volte hanno legato la loro carriera artistica a quella di Jarmusch e di cui spesso il regista ama avvalersi.

Adam Driver è la new entry più recente in questo gruppo di “fedelissimi”. Dopo aver recitato con mostri sacri come Eastwood, Scorsese, Gilliam e Lee, sembra essere entrato nelle grazie di Jarmusch, che, dopo il ruolo di protagonista in Paterson, gli affida una corsia preferenziale potendo così giocare anche sul metacinema tanto in voga nell’ultimo decennio. Un’interpretazione sorniona per un attore in ascesa che sta dimostrando di poter spaziare tra registri molto differenti tra loro.

Per il ruolo di co-protagonista, lo sceriffo Robertson, Jarmusch si affida invece a Bill Murray (già con lui in Broken Flowers e Coffee and Cigarettes). Un Murray che sembra entrato in modalità “giorno della marmotta”, ormai specializzato nell’interpretare un personaggio quasi privo di emozioni: una maschera di gomma che trasmette soltanto distacco e disillusione. La sua grandezza sta nell’infarcire ogni sua interpretazione con pillole di malinconica autoironia, totalmente in linea con lo stile del regista.

La collaborazione con Tilda Swinton, alla quarta pellicola col regista (sicuramente degna di nota l’interpretazione del vampiro Eve in Only lovers left alive), ci regala un personaggio a metà strada tra il sicario di Ghost Dog e la Sposa di Tarantino. La Swinton si cala perfettamente in una figura astratta ed eterea, a cui bastano pochi giorni di studio dell’anonima cittadina di Centerville per giungere alle stesse conclusioni di chi la dirige: il tempo della redenzione per il genere umano è ormai scaduto

Steve Buscemi, loser per antonomasia, già diretto sia in Mystery Train che in Coffee and Cigarettes in due ruoli che hanno come punto di contatto la figura di Elvis, viene scelto per interpretare il Trumpiano di ferro, con tanto di cane di nome Rumsfeld. La sua scarsa lungimiranza, una sorta di contrappasso per le sue idee politiche, lo costringerà ad una fine prematura. Di certo non una novità che per i personaggi da lui interpretati “vada a finir male”.

Infine Tom Waits, già voce, colonna sonora e volto (memorabile in Danubailò) per Jarmusch in numerose occasioni, nei panni di Bob l’eremita rappresenta l’unico personaggio capace di interpretare i segnali della natura e di capire in anticipo quanto stia succedendo. A lui ed ai ragazzini del riformatorio è affidato il sottotesto ambientalista della pellicola, sicuramente un tema di stretta attualità ma forse affrontato in maniera troppo poco incisiva dall’autore newyorkese.

E’ proprio questo, infatti, uno dei principali difetti dell’ultima pellicola di Jarmusch: una sceneggiatura troppo poco approfondita, quasi soltanto abbozzata. Sicuramente sono apprezzabili sia l’omaggio esplicito a Romero (forse sin troppo esplicito, visto che il tema degli zombie figli del materialismo viene ripreso di sana pianta) sia la riproposizione di molti dei temi tipici della sua filmografia (le scene di vita quotidiana, i dialoghi minimalisti, il viaggio on the road). Le carenze a livello di scrittura, però, sono abbastanza evidenti e fanno perdere efficacia ad un film che purtroppo rischia di essere ricordato soltanto come un divertissement tra amici.