THE DEAD DON’T DIE | Qua finisce male: i Vivi e i Morti di J. Joyce secondo J. Jarmusch

una recensione a cura di Simona Tarantino

E’ ben nota al suo pubblico fedele e appassionato l’attrazione ed il richiamo quasi morbosi, la particolare predilezione che da sempre ha Jim Jarmusch per il tema della Morte, ricorrente e centrale in molti dei suoi film in tutte le sue sfaccettature e simbolismi, ma anche l’inedita recente curiosità per il mondo degli zombies e dei vampiri, come nel genere dark-horror (noir) del film di qualche anno fa “Solo gli amanti sopravvivono”: chi tuttavia si aspetta da questa ultima sua pellicola una pura scarica di adrenalina, tensione e paura ad alto voltaggio rischia di rimanere spiazzato e disorientato, se non deluso e amareggiato.

Colpisce a segno e a freddo, lapidario con la sua verve sarcastica tendente al surreale e con la chiave di lettura ironica, sottilmente riflessiva e tagliente, Jarmusch, che con queste armi affronta e ci consegna ancora una volta il tema della morte, questa volta prediligendo  i suoi “zombies” inediti, in una maniera per nulla scontata e banale. Colpisce questo suo giocare a spostare il confine non più visto come netto ma ormai labile, tra il mondo dei vivi e quello dei morti, colpisce nel modo in cui tocca e ci presenta questa eterna dialettica tra morte e vita, forse non più propriamente situate agli antipodi quanto sfuggenti, confuse e rimescolate tra loro, come in un mazzo di carte.

E dunque chi sono i morti, e chi sono i vivi? E dove si trovano o li potremmo ancora collocare per ben definirne il senso nell’immaginario collettivo? E quindi è ancora possibile oggi trovare e provare a rappresentare una linea di demarcazione netta, uno spartiacque ben preciso? E Cos’è dunque la vita e cos’è la morte in fin dei conti ai tempi d’oggi? Questi gli interrogativi che uno spettatore curioso e attento potrebbe cogliere già durante le prime riprese e battute ed in un finale tutt’altro che scontato, che a tratti, ma forse solo apparentemente, sfocia nell’assurdo e paradossale. 

E’ nell’accezione comune odierna il concetto che i “morti”, ovviamente oltre a indicare i deceduti e trapassati a miglior vita, possano essere considerati dal punto di vista della struttura sociale, socio-economica meglio ancora, metaforicamente parlando, tutte quelle categorie di “perdenti, esclusi, reietti, disadattati, falliti” (loosers)... l’elenco è lungo, ma in sostanza sono tutti coloro che sono stati o sono rimasti tagliati fuori ed espulsi dal sistema (drop-out), i fuoriusciti, che per qualche ragione hanno fallito e disatteso ai propri scopi nel perseguire progetti di vita propri o comunemente accettati dalla società. E per questo motivi condannati e banditi, esiliati e destinati all’emarginazione, all’alienazione e all’esclusione sociale: temi questi cari e che ritornano costanti nelle narrazioni di Jarmusch. E’ un enorme calderone, potremo azzardare a dire, tendenzialmente oggi sempre più in crescita in un sistema in cui le maglie e gli ingranaggi di funzionamento si fanno sempre più stretti, come cappi al collo, nel quale potremo anche collocare in generale tutti i “diversi”cioè deviati dalla Norma, quali tutti i fuorviati, i sovversivi e i contestatori di qualsiasi genere (ogni epoca storica ha avuto i suoi), e i trasgressori della Legge e dell’Ordine etico-morale-civile precostituito, gli anticonformisti e gli outsiders per eccellenza, i ribelli e gli irriverenti per indole, coloro cioè che non vi si riconoscono, bensì rifiutano tali modelli. Ad essi viene associata comunemente una connotazione negativa sociale.

Sempre nell’opinione comune invece i “vivi” potrebbero essere considerati per opposizione, tutti gli inclusi nell’ordine sociale, in linea cioè e nel rispetto dei principi di uniformità ed adeguamento con i dettami e i principi comunemente riconosciuti e accettati dalla società di appartenenza, quali che siano. Ecco dunque le persone di “successo” che raggiungono i loro scopi e realizzano progetti di vita, o per lo meno nella stragrande maggioranza persone funzionali e strumentali all’ordine sociale stesso, ingranaggi della macchina. 

Ma è davvero, veramente così? Siamo sicuri di tutto ciò? O potrebbe esserci un’inversione, un capovolgimento accattivante di ruoli e stereotipi, di impostazione sociale? In fondo non si tratterebbe solo di “etichette” dettate dalla visione dell’osservatore, di ciascuno di noi? Cambiando l’osservatore, cioè il punto di vista, cambia l’oggetto: ecco allora dunque cosa gioca a fare Jarmusch attraverso il film: senza alcuna pretesa di veicolare un intento moralistico o pedagogico, più probabilmente egli  usa la provocazione ed il disorientamento nello spettatore per scuotere le coscienze addormentate.. mettendo in evidenza i rischi di ipotetici scenari futuri.

Ma Chi sono i questi “Vivi” in The dead don’t die secondo Jarmusch?

Con una sottile nota di incredulità nostra ed ironia sua, Jarmusch ce li presenta come persone semplici tranquille e ordinarie, tuttavia talmente votate e abbonate ai loro automatismi, schematismi mentali e ripetizioni fisiche giornaliere anche inconsapevoli, da percepirne noi  spettatori quasi il vuoto dietro questo loro vivere quotidiano per lo più stancante, usurante, noioso e ripetitivo, puramente meccanico in una visione estrema. Tutto scorre normale e prevedibile nella cittadina di Centerville, tutto gira fine a sé stesso in quest’ angolo di provincia anonima uguale a tante altre, e dove lo stesso nome è un gioco di parole: viene esaltato qui l’aspetto della vacuità, l’Horror-vacui degli esistenzialisti, quel vuoto esistenziale esaltato attraverso il Non Sense di certe situazioni paradossali, del susseguirsi delle giornate dei vari protagonisti nella loro perfetta tranquillità, tutte uguali e fini a se stesse, piatte e monotone. Ogni cittadino qui stereotipizzato ha un ruolo ben prestabilito, si può muovere e camminare solo su binari fissi e immutabili da sempre, come copioni da recitare, tranne qualche rara eccezione. Essenziali e minimali nei  gesti, nelle parole, nei fraseggi e nei dialoghi a tratti lenti, rallentati e dilatati, anche inconcludenti e prevedibili il più delle volte, carichi di un umorismo nero e glaciale. Jarmusch inserisce ancora una volta quella sospensione temporale e quella dispersione di significato che paiono appesantire molto il ritmo della narrazione, operazione tuttavia necessaria per preannunciarci già quel senso di Morte di sottofondo, tanto familiare in molti suoi film

Ecco allora gli sguardi fissi e immobili, abbacinati e attoniti da encefalogramma piatto dei due veri protagonisti Poliziotti durante le perlustrazioni e in ufficio, le loro espressioni laconiche e le emozioni piatte, quella sensazione di noia che serpeggia nelle loro attività e giornate tipo, tanto da mettersi a ripetere le stesse battute quasi per riempire come attori degli spazi, salvo accorgersene dopo, guardandosi interdetti tra loro (effetto film nel film) come fossero colti da improvvisa distrazione o da Alzheimer.. o come fossero svaniti e stanchi di recitare, o in procinto di addormentarsi: persino lo stesso brano musicale (che porta il titolo del film) viene riproposto più volte e riprodotto in auto dal poliziotto Murray anche per riempire i silenzi e “perché è comunque la colonna sonora del film e va bene” come ci recita proprio lui. Ecco succedersi le loro battute tragico-comiche, grottesche, (“dove hai imparato a battere in quel modo?”)

tentativo buffo di estraniamento dal contesto drammatico e sua ridicolizzazione, le uniche poi in fin dei conti a dare una sorta di movimento leggero e contrapposto alla pesantezza di fondo, di sollievo e divertimento, facendoci da subito simpatizzare e parteggiare per loro.

Ecco la giornata tipo del Garzone-benzinaio, un ragazzotto impacciato e quasi nascosto dal volume di gadget e chincaglierie varie esposte in vendita, che per evadere dal grigiore e monotonia quotidiane si immerge e si appassiona proprio nei fumetti di zombies e mostri.. o la giornata tipo delle due Cameriere che servono le stesse cose alle stesse persone tutti i giorni, ripetendo instancabilmente le stesse operazioni di apertura e chiusura del locale ristoro, unico in tutta la piccola comunità e per questo facendo da punto di incontro e collante ai vari personaggi ruotanti attorno (fulcro nevralgico e cuore della cittadina dove per prime cadranno divorate dagli zombies). E poi ancora tra i vivi le figure del Fattore e dell’Albergatore, opposte tra loro, entrambi soli ma l’uno che sulla prevaricazione e prepotenza ha costruito la sua vita, ergendo barricate contro gli altri compaesani e odiato per questo, l’altro più pacifico, casalingo e abitudinario nella sua rassegnazione, tanto da preferire come compagnia e trovare conforto solo in gatti e cani: espressione chiara questa, dell’incomunicabilità, dell’egoismo e dell’isolamento di  base che prelude alla morte sociale, in personaggi chiusi al mondo esterno, avviluppati su se stessi tanto da non accorgersi neanche di ciò che sta accadendo al di fuori e viene preannunciato dai piccoli segnali strani anticipatori e riportato dalle notizie, cammuffate e distorte tuttavia, dei telegiornali.

Se  c’è ancora qualche forma di Comunicazione (e di vita) questa avviene proprio al bar o alla pompa di benzina-edicola, e appare il più delle volte come sterile e priva di contenuto e sostanza, anonima e fine a se stessa, essenziale e fatta di poche e ripetute parole, chiacchere da bar futili e disarmanti, che procedono a stenti. “E’ la Morte anche delle parole” a renderci sempre più l’immagine di quanto questa Solitudine esistenziale li renda sostanzialmente fragili, sconnessi e di fondo scollegati tra loro, come orbite di satelliti persi a ruotare nello spazio incrociandosi solo di tanto in tanto

E poi ci sono i “Morti”, chi sono i Morti ? Eccoci finalmente ai nostri tanto attesi Zombie. Il momento clou dell’intero film… perlomeno per molti, senza dubbio la maggior parte del pubblico, attirata dall’immagine della locandina, già esplicito richiamo al film cult de ”La notte dei morti viventi” di Romero.. e a ben guardare specchio per le allodole.

Se i vivi ci vengono presentati con traiettorie esistenziali che girano a vuoto e si avvitano su se stesse, pervase da una sensazione di morte interiore perennemente presente e ci annoiano un po’ per questa lentezza e inconcludenza, per l’apparente oziosità che pervade le loro giornate, i “Morti viventi” o Zombies  addirittura invece stuzzicano e catturano la nostra attenzione e simpatia perché ci appaiono buffi fin dalla loro prima comparsa, non tanto per l’orrore e la ripugnanza che suscitano in noi, quanto per le azioni e le parole bizzarre, curiose e sconclusionate che ripetono all’infinito nella autoconvinzione di essere ancora vivi, ed in continuazione cioè di quella vita che conducevano prima di morire, anch’essa vuota e meccanica, e dunque di tutte le identiche cose che facevano già da esseri addormentati e anestetizzati come robot, quali erano.

Eccoci allora sorridere sorpresi davanti alla zombie alcolizzata che ripete chardonnay, o a quella che tira sempre con la racchetta, ad un Iggy Pop mostruosamente riconoscibile, drogato di caffè e di cui  va sempre in cerca con la sua compagna, scolandosene caraffe intere.. eccoci incuriositi davanti alle frotte di zombie camminare e attraversare la strada senza guardare intorno, chinati e concentrati solo a fissare il cellulare in mano o intenti a cercare zone wifi per connettersi..o intenti a prendere d’assalto le farmacie per fare incetta di farmaci e benzodiazepine…ricercando e riportando in vita con loro tutte le più disparate dipendenze portate avanti prima, come fossero ancora lì presenti, esseri viventi soggiogati e privi di volontà.

Solo i “Morti resuscitano e non muoiono”, è quasi un gioco di parole molto sottile quello del titolo, ma è anche ciò che ripete  in finale Tom Waits l’Eremita, che è anche la Voce narrante fuori campo, a giustificare la carneficina inevitabile a cui assiste da spettatore volutamente defilato e quasi maliziosamente soddisfatto.

E qui subentra l’eccezione ai vivi e ai morti: i pochi personaggi strani che hanno costellato e vissuto ai margini nella cittadina, in un limbo tutto loro, nella fattispecie proprio quegli Esclusi sociali o diversi non compresi del tutto e scomodi alla società, iniziano ad avere qui un loro senso come unici Superstiti e Salvati finali. Il Vagabondo–Eremita che vive nei boschi, simbolicamente al margine della civiltà o civilizzazione, allo stato selvaggio, rifiutando la moderna civilizzazione, gli Adolescenti “riformati” o ragazzini del riformatorio, deviati e ribelli per natura anche nel non volere seguire le regole educative ferree imposte dal loro superiore, ed infine dulcis in fundo la Titolare delle Imprese funebri, nonché Samurai alla Quentin Tarantino, una bravissima stralunata Tilda Wilson,

che si scopre essere un’Aliena-Extraterrestre sotto mentite spoglie, probabilmente in visita e missione per studiare questi strani esseri umani, e che delusa o rassegnata pur di non rimanere tra gli irrimediabilmente perduti preferisce farsi venire a riprendere dallo Spazio.. Poi a ben guardare sono davvero gli unici a divertirsi e gioire della vita, a sbeffeggiarsi e prendere le distanze dagli altri .. come per esempio nel gesto di truccare ad opera di Tilda Wilson in maniera abbastanza insolita e vistosa  i cadaveri stesi sul lettino della camera mortuaria, o nella battuta finale di Tom Waits ”questo pollo è proprio buono” mentre assiste allo sbranamento del suo nemico Steve Buscemi, fattore di polli, o ancora nel farsi sempre trovare fuori posto, in quello non permesso da parte dei ragazzini riformati…Chissà, forse per questa loro irriverenza sono stati scelti da Jarmusch, nei panni degli unici superstiti, in una sorta di biblico-messianico “gli ultimi saranno i primi”.., eletti senza atti eroici e di gloria, semmai di codardia, visti proprio nello scappare o nascondersi, nel tenersi fuori, nel trovarsi al posto giusto nel momento giusto, o nel preferire piuttosto una vita aliena su un altro pianeta come soluzione estrema….

The Dead Don’t Die, dal significato vagamente allusivo, omaggio al grande regista Romero: Jarmusch ne fa la versione remake e la rivisitazione sua personale ma in chiave parossistica per veicolare dei messaggi molto più attuali e seri, pesanti, temi scottanti e da sempre ignorati dalla politica e dalla società, anche scontati (la tematica ambientale e il cambiamento climatico), ma investiti di una tale carica di gelido humor da metterceli davanti agli occhi. Solo una parodia dell’assurdo fine a se stessa o una presa in giro del genere horror?

Scontato o assurdo l’epilogo secondo noi? Questa classica immagine d’epilogo finale dell’accerchiamento degli ultimi vivi rimasti, i poliziotti, a difesa e simbolo dell’ordine sociale, e della loro capitolazione all’assalto degli zombie, senza più scampo né scelta: ci piace o ci sgomenta, e siamo d’accordo e in linea con la visione di condanna apocalittica alla Jarmusch?

E infine potremo anche chiederci sempre più attoniti “Chi sopravvive, e per cosa?” E Per quale futuro? Chi si salva e la scampa, i “vivi” già morti o i “morti” viventi  in fin dei conti? O magari quella categoria al confine , quel limbo sociale tanto bistrattata, che vive ai margini per esclusione.. quei rifiuti umani alla deriva esistenziale considerati  tali nell’opinione comune? 

Siamo contenti di ciò? Stupiti, offesi che siano proprio questi esclusi a farla franca? E senza battersi e muovere un dito pure… O Riusciamo a rintracciare il sottile filo rosso e un senso logico in questa immagine dove i prescelti per salvarsi scappano e sono i diversi e gli esclusi, o è tutto un gioco, un Non-sense, una provocazione?  O in realtà questo colpo di scena che non ci dà nessuna certezza, forse vuole solo indurre un piccolo barlume di speranza, rimanendo aperto a tutte le interpretazioni e immaginari plausibili, salvo gettarci nello stupore e delusione totale? L’imprevedibilità più surreale ha fatto centro. Come probabile futuro prossimo nella visione di Jarmusch non è che sia comunque e  proprio una previsione allettante. 

 “Qua finisce male”,  la frase umoristica che ritorna più volte come un mantram scaramantico, ripetuto  dallo sbigottito poliziotto Adam suona e sa alla fine proprio di triste premonizione anticipatoria di un finale a sorpresa tragicomico che ci lascia senza parole, dopo averci indotto per tutto il tempo a credere e dunque a cadere nella trappola della redenzione/salvezza/vittoria dei vivi, almeno quelli buoni o giusti.. sui morti resuscitati-zombies che vengono distrutti, come nel più classico film Americano industriale dove gli Eroi prevalgono e vincono su tutti e tutto, mettendo tutto al loro posto, dandoci  sicurezza e conferma delle nostre confortanti certezze, a riconferma dell’eterno e incontrastabile Mito del più Forte, più giusto e più buono: rimane una accattivante horror comedy che non sa più di “riscatto” finale neanche dei superstiti, perché ci potremmo anche vedere che questi lo diventano quasi un po’ per caso o per gioco… senza nessuna logica apparente, ma per pura casualità, per una legge del Caos e del Caso che sovrasta tutto, anche ingiustamente. 

In conclusione dunque “per cosa vive allora l’uomo se poi comunque trionfa il Caso più cieco e bieco”, è davvero così, ma soprattutto ”qual è l’uomo che (almeno simbolicamente) non muore mai?”. Chiuderei con quest’ultimi spunti riflessivi che sono anche un rimando se vogliamo alla Filosofia  Esistenzialista e Minimalista suggeritaci proprio da Jarmusch, perché… se i “morti non muoiono” e ritornano, in questa visione macabra, potremo anche domandarci se esista e si possa cercare ognuno la propria “via di salvezza” per non resuscitare come zombies, o vivere come tali.

Chissà se forse il vero sguardo terrifico d’orrore che Jarmusch ci suscita non sia in realtà rivolto proprio a questa condizione umana e diffusa di atrofizzazione ed anestesizzazione odierna, di perdizione e annullamento inconsapevole per giunta, questa dimensione di mancanza e perdita di senso, vuoto, di smarrimento di direzione e di straniamento, di schiavitù dai vizi  e dalle dipendenze di un certo vivere ordinario, meccanico e materiale sempre più accettato e condiviso come normale, dove probabilmente la metafora degli Zombies serve proprio ad esorcizzare questa paura.               

Gli Zombies per definizione  prima di diventare tali sono infatti già stati esseri viventi, ma morti prematuramente dentro, questa è la grande premessa e la chiave di lettura allo stesso tempo: è curioso ricordare che esiste proprio un  riferimento culturale-filologico che chiarisce e attribuisce l’origine del termine zombie a quelle zone del Sud America come ad esempio Haiti, dove esisteva molto diffusa la pratica della magia-stregoneria e dei rituali vudù. Pare proprio che gli schiavi-braccianti nelle grandi  piantagioni dei latifondi venissero qui storditi con poche gocce di un estratto di veleno del pesce palla, e così addomisticati e resi docili, mansueti e obbedienti agli ordini del padrone latifondista, senza potersi più ribellare perché privati della volontà e della personalità.. 

E’ curioso notare come in associazione alla metafora degli Zombies qui troviamo oltretutto anche quella dei Vampiri, altri Mostri dell’immaginario collettivo evocatori di Morte, divoratori dell’anima delle persone attraverso il sangue che ne è la linfa vitale, cioè simbolo della vita per eccellenza, qui rappresentati proprio dai Latifondisti proprietari terrieri, che sono l’altra faccia degli zombie nella stessa realtà di un sistema Colonialistico Imperiale di sfruttamento e assogettamento basato sulla contrapposizione dei due fronti antitetici da sempre, Padroni e Servi, poi sfociato e consolidato dal Capitalismo Moderno.

  • Jarmusch si era già cimentato in precedenza con il genere gotico-horror dei vampiri ne “Solo gli Amanti sopravvivono”, un film già citato all’inizio  e a cui è impossibile non fare riferimento per i molteplici aspetti comuni racchiusi nel tema della Morte, tuttavia molto diverso:  mentre qui ne “I morti non muoiono”, J. ne fa una frizzante parodia e una presa in giro di sottofondo allo scopo di creare stupore nel pubblico e divertimento anche per se stesso, e prende di mira con un feroce quanto laconico sarcasmo la società globalizzata odierna fatta di zombies, anestetizzata e standardizzata solo in una modalità differente rispetto al passato, e in secondo luogo la Politica fatta di uomini spregiudicati e bugiardi pronti a negare paradossalmente l’evidenza e il pericolo di distruzione che è sotto gli occhi di tutti (tematiche attuali scottanti come l’ambiente), favoriti proprio in questo dalla propensione alla credulità e faciloneria dei più, distratti e assorbiti dalle futilità e dipendenze, se non dalla stessa sopravvivenza, nell’altro film lo scenario di devastazione e morte che incombe è tutto pervaso e intriso da tristezza e di rimpianto, calati in atmosfere dark-decadenti dai toni elegiaci-romantici, soprattutto nostalgici di un Passato Culturale (letterario e musicale nella fattispecie) un tempo più fiorente  e puro, meno “contaminato”, e grande ispiratore del genere umano, ora in stato di degenerazione.

  • Ecco perché rimane solo la tristezza, lo sconforto ed il vuoto per la perdita di quella bellezza e quella ricchezza, per un epoca d’oro rimpianta, in una sorta di lutto interiore dei due protagonisti Vampiri Amanti, artisti geniali e solitari al tempo stesso, dipinti qui come Esseri superiori alla razza umana (mentre gli zombie non lo sono) e per questo anche incompresi e reclusi nel loro stesso isolamento per evitare anche il pericolo del contagio-contaminazione con gli umani ormai degradati alla condizione di zombie, dove perciò anche il loro sangue che un tempo era ottimo e nutritivo, ora è diventato marcio e guasto, “contaminato”, obbligandoli a rifornimenti sempre più alternativi come sacche di sangue trafugate dall’ospedale o dalla farmacia, di ottima qualità e sicurezza. Vivono anch’essi (come gli umani nel “I morti non muoiono”) in una sorta di immobilismo esistenziale, preludio di morte, quasi come Dei caduti sulla Terra e decaduti, qui imprigionati e condannati perché circondati da esseri umani- zombie, da cui solo proteggersi e mai entrare in contatto.. E’ soprattutto Adam, il più malinconico dei due e “struggente come l’Amleto di Shakespeare”, che non vede altra soluzione per sottrarsi al mondo degenerato intorno a loro (Tangeri e lo spaccio delle sostanze stupefacenti e dall’altro lato Detroit e l’ambiente musicale anch’esso pervaso e  mercificato dal consumo smodato di droghe), che progettare il proprio suicidio, in pieno stile decadente dei suoi intimi amici, Poeti Romantici di un tempo (Byron, Shelley citati): quasi due Alieni in un contesto di morte e devastazione.

  • Qui Rimane forse come unica via di salvezza per i due protagonisti vampiri (con rovesciamento dei ruoli principali nell’ultimo film), cercare tra gli ultimi umani, per nutrirsene, persone elette e amanti come loro,  appassionati e fedeli, compagni di viaggio nelle profondità dell’anima, che  per questo si ritrovano nell’eternità del tempo, e ancora per questo sono inseparabili ed immortali pur trasformandosi nel tempo (Jarmusch inserisce qui non a caso citazioni culturali sulla Teoria della Relatività o Quantistica della distanza delle particelle elementari che si modificano nello stesso istante anche se separate, proprio come gli Amanti). Dunque Solo gli Amanti sopravvivono anche qui titolo-preludio del finale dove ci fa immaginare come  l’Amore sia l’ unico antidoto alla Morte, a vincere e garantire la sopravvivenza delle specie: proprio ciò di cui Adam ed Eve si nutrono veramente, la passione per le cose, gli interessi culturali e artistici, per mantenere e nutrire le proprie qualità speciali, innate immutate nel tempo.

  • Film di morte dunque e anche di passione quest’ultimo (dove pure la musica – romantica e melodica la colonna sonora – quella composta da Adam invece è funebre, per la morte non solo di se stesso ma delle Arti, della Letteratura e pure della Musica moderna, dei grandi e immortali Valori, di pari passo con la degenerazione dell’umanità), denso di riferimenti culturali all’età d’oro dei grandi maestri compositori e poeti (una sorta di eden perduto), e di sottili richiami a simbolismi e immagini figurative mai scontati,  di una finezza e sottigliezza intellettuale per molti ma non per tutti, perchè non a bassa attenzione o per un pubblico più vasto come l’ultimo lavoro: l’immagine del disco che gira in apertura e chiusura, come la vita e il tempo scorrono inesorabili verso la morte ciclicamente all’infinito, visti qui più come una eterna danza – di Eve che balla – che come un ineluttabile e tragico destino, e poi ancora l’immagine del  mandolino come ultimo acquisto prima di morire in bellezza e fedeli a se stessi e ai propri ideali, un inno alla dolcezza, alla grazia e gentilezza come modello di vita da lei, Eve già citato, in accordo col culto della ricerca dell’estetica-estatica e del piacere come filosofia di vita, riconfermato ancora da un’altra immagine, di estasi quasi mistica nel sorseggiare dai bicchierini il sangue tanto agognato.

  • Film noir affascinante e seducente come i due protagonisti, “buoni e resi umani” più degli umani stessi (tranne poche eccezioni: “come zombie sei un tipo apposto” dice Adam al suo fidato amico), che richiama anche un po’ se vogliamo un capitolo primo di una saga dove gli Umani sono forse (non ne abbiamo la certezza) qui tristemente destinati a soccombere ed estinguersi sempre, ed insieme a loro anche i protagonisti vampiri  che di loro si nutrono e hanno bisogno, perché getta anche un ponte di speranza sul recupero dei valori dal potere salvifico anche per il genere umano, non solo per loro due, oppure invece lascia pochi dubbi sull’estinzione e la scomparsa di entrambe le specie, sia la coppia di amanti vampiri che quella di amanti umani, forse unica o quasi, rimasta sulla Terra, dunque alla fine anch’essa a breve: un finale positivo o negativo come lo si voglia vedere ma sempre apocalittico, tuttavia superato e rimpiazzato dal crudo cinismo e dal pessimismo di questo “The Dead Don’t Die”, il secondo capitolo, in una sorta di crudele regressione animalesca e istintuale dominata dal Caso, laddove invece prima si suggeriva l’elevazione spirituale attraverso la ricerca delle passioni e l’amore, e dunque la condanna ormai finale dell’umanità.

Meno male che esiste e ci seduce l’accattivante autoironia di Jarmusch… perché non prenderne esempio? A noi la scelta.