THE FATHER | A Glance On

un rapido sguardo su The Father

A volte non è necessaria la fantascienza di Christopher Nolan per smantellare la rassicurante lineare successione degli accadimenti. A volte non è obbligatorio scomodare personaggi lynchiani per creare attimi indecifrabili ed affatto rassicuranti. Tutto è già nella corteccia degli uomini. Tutto è già in potenza, in attesa di esplodere piano nei momenti ultimi, quando la vita dovrebbe essere più clemente. Il disagio senile che, grazie all’abilità dei creatori e del cast, è percepito senza mediazioni, sulla pelle dello spettatore.
Per estensione una riflessione su tutto ciò che è e su ciò che non è.

Come gestire un tema delicato in una forma geniale e lontana dalle retoriche che piacciono ai piagnoni. The Father salta tra le focalizzazioni e getta lo spettatore nello stato confusivo del protagonista, generando una fruizione immersiva mai vista.
Tempi e attori perfetti.

Alessandro Cellamare

Non è il primo filma parlarci di Alzheimer. Amour o Still Alice ne sono esempi. Ma il monumentale A. Hopkins ci fa vivere in una esperienza totalmente immersiva lo stato di una mente che si sta disgregando. Di una persona che perde la sua identità, aggrappandosi a particolari (l’orologio, la finestra da cui si vede il parco) per tentare ancora di aggrapparsi alla vita.
Lo spettatore si chiede come il protagonista talora dove è, chi sono la figlia Anne (che in parte è la caregiver interpretata dalla O. Colman), e sperimenta con lui come i ricordi si mischiano, si confondono come tessere di un puzzle totalmente scomposto.
Le badanti, la figlia Lucy (defunta), le case in cui ha vissuto, l’ex marito di Anne, un infermiere. Confuso, indifeso, talora irritabile, fa provare a noi le stesse emozioni, in un testardo negare che la mente sta svanendo, sino ad arrendersi, piangendo come un bambino che regressivamente invoca la mamma, sulle spalle di una infermiera con la consapevolezza di essere ormai un albero che ha perso le foglie.

Tiziana Garneri

L’orologio – da polso in questo caso – strumento segnatempo per eccellenza è come la trottola di Inception? Ci garantisce la realtà? O rimane sempre il dubbio che ciò che è non sia? In una soggettiva immersiva siamo virtualmente nella mente di Anthony, anziano malato di Alzheimer. Siamo i suoi occhi, il suo sguardo, la sua confusione tramutata in certezza e viceversa. Siamo nei salti temporali, nell’appiattirsi dell’oggi sullo ieri o su un domani che sarà o è già accaduto. Siamo nel dialogo con la figlia che lo accudisce, nello sconcerto e negli strani personaggi che appaiono come intrusi, usurpatori di uno spazio/casa, luogo di conforto e sicurezza, territorio campale dove ingaggiare le piccole battaglie quotidiane. I momenti ricorrenti – il pollo, il paesaggio di strada sotto la finestra, i quadri, il fatto che a Parigi si parli solo il francese sono gli appigli, i ramponi di quell’arrampicata faticosissima per tirarsi fuori dal crepaccio cerebrale in cui è precipitato scivolando a poco a poco dalle pareti dei ricordi allisciati cui non si è più in grado di afferrarsi alla vita, a quel che resta del giorno. Quando la realtà diventa irreale, adattata selezionando i ricordi, passando al setaccio ciò che non conviene, come quell’altra figlia morta, ma che si preferisce credere semplicemente ed eternamente in viaggio, tanto da non riuscire più a passare a trovare il vecchio padre.
Si fronteggiano due formidabili attori – Anthony Hopkins e Olivia Colman – che contengono moltitudini aggirando magnificamente le paludi del melodramma o le secche della frigidità, consegnandoci il gusto amaro delle cose come stanno.

Elena Pacca

BABELICA APS
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