THE IRISHMAN | Alla morte non si sfugge

una recensione a cura di Tiziana Garneri

Prendete tre mostri sacri, ormai anziani, quali De Niro, Al Pacino e Joe Pesci, fateli dirigere da un regista coetaneo della levatura di Scorsese e verrà fuori un cocktail magnifico, a mio parere perfetto.

Nel film “si dipingono case”, che nel gergo mafioso significa imbrattare di sangue le pareti dove vengono uccise le vittime.

Frank “l’irlandese”, trasportatore di merci, diventa un killer assoldato dalla mafia,
per lui, taciturno, dimesso nei modi, un lavoro come un altro.
Frank lavora per Russell Bufalino (Joe Pesci), boss indiscusso di Cosa Nostra a Filadelfia e per Jimmy Hoffa (Al Pacino), padrino del sindacato autotrasportatori.

Un film di pizzi pagati, regolamento di conti, intrallazzi con la politica. Un film di mafia quindi, dove vengono però abbandonati da Scorsese -non nuovo a film di malavita- gli aspetti epici e lo humor ironico, per dar spazio a un’aura malinconica.


Perché il nostro Frank, anziano, malandato di salute, unico superstite in una casa di riposo, diventa una sorta di memoria storica di un’epoca rievocata senza chiaroscuri emotivi, con una mimica facciale quasi assente.
Ricordo di regole, di devozione e tradimenti, di scie di sangue, di morti, con una narrazione scarna che nel dipanarsi del racconto, o nei continui flashback degli eventi che legano i protagonisti, non lascia spazio a momenti di suspense, di attesa di scazzottature o sparatorie splatter.

E’ un racconto in cui “non c’è niente da guardare”, al massimo bisogna ”far qualcosa”, che nel gergo mafioso significa uccidere, ma senza enfasi.

Perché ciò che si respira è odore di morte. Ma non della morte che per anni il protagonista ha avuto al proprio fianco -non sentita veramente nelle ossa in quanto protetti in fantasia da una pistola-, ma di quella morte a cui ineluttabilmente non si può sfuggire.

Nel racconto si apre una finestra su un pezzo di storia dell’America ai tempi di Kennedy (interessante l’uso del bianco e nero con immagini di repertorio), dove mafia e politica sono indissolubilmente legate. Si accendono  per un attimo i riflettori su JFK e sul fratello Bob. Il primo che sale alla presidenza coi voti degli italoamericani sostenuti dalla mafia siciliana e poi ucciso. Il secondo, procuratore generale, che compie azioni repressive contro i mafiosi e che farà la stessa fine.

Da questo punto di vista si può considerare “The Irishman” anche un film politico, in cui si rispecchia la società di quell’epoca, ove Frank assurge all’apice del potere in virtù della sua completa sottomissione ai voleri di Russell, diventando un affiliato di Cosa Nostra, non esitando ad uccidere il suo “miglior amico” Hoffa che è diventato di intralcio.
Nel ricordo di Frank non vi è né rimorso né emozione, solo uno spiraglio di dubbio quando si dice “ma che uomo sono per aver telefonato a sua moglie…” o nella constatazione di aver perso tutti gli affetti. In primis l’affetto della figlia primogenita, che ragazzina ha assistito a una violenza del padre per un presunto sgarbo fattole dal fruttivendolo.  


Mentre i colloqui col prete nelle scene finali del film appaiono più una litania che lo spazio in cui avviene un reale pentimento. Ma si può cogliere nella richiesta di Frank di lasciare uno spiraglio aperto della propria stanza, anche tutta l’ansia della morte, come se quella lama di luce fosse un ultimo disperato segno di vita.

In ultimo mi piace pensare a “The Irishman” come a un’opera profonda e pacata, come un’esperienza di consapevolezza da parte del regista e dei suoi splendidi attori, che con una certa malinconia –vista la loro eta’- si chiedono per quanto tempo potranno ancora deliziarci con altri gioielli come questo film.