THE IRISHMAN | Dinosauri, per fortuna, non ancora estinti

una recensione a cura di Liliana Giustetto

Questa pellicola ha impiegato molto tempo per essere realizzata, non per la lentezza dovuta all’età degli attori e del regista, ma perché è stata realizzata con una cura maniacale per i dettagli.

Ci caliamo nuovamente in un’America flagellata dalla piaga di una mafia, che non ha solo il tricolore come bandiera e si intreccia con le lotte sociali governate dai sindacati, che hanno enormi  poteri tra le mani.

Frank Sheeran l’Irlandese, interpretato da un ancora  spettacolare Robert De Niro con degli inaspettati occhi azzurri, ormai ottantenne, ci narra la sua vita da una casa di riposo, e parte dagli anni ‘50.

Veterano della seconda guerra mondiale, un semplice autista, a causa di piccoli furti si ritrova ad avere a che fare con la mafia locale a cui fa subito una buona impressione.

In breve riesce con la sua dedizione e compiendo atti efferati, ad ottenere incarichi sempre più impegnativi, diventando il prediletto del capo Russell Bufalino, Joe Pesci, e dei suoi amici storici più stretti, tra cui Angelo Bruno, interpretato da un silenziosissimo Harvey Keitel

Fino a diventare la guardia del corpo di Jimmy Hoffa, Al Pacino, potentissimo leader sindacale alla guida degli autotrasportatori americani.  

Lottando, contemporaneamente, anche per salvaguardare, con la sua opprimente e violenta possessività, le sue figlie, che adora, ma che a loro volta lo temono e lo deprecano.

In tutto questo ripetersi di continui flashback, gli attori vengono fatti meravigliosamente ringiovanire nelle diverse fasi della loro vita, cosa che non è stata affatto semplice e che ha fatto lievitare a tal punto i costi da far cambiare in corsa la casa di produzione.

Operazione mirabile, lo spettatore assiste ad una dicotomia tra il tempo esteriore, degli avvenimenti reali e il tempo interiore del protagonista, entrando negli occhi di Frank Sheeran che ricorda e racconta la sua personale percezione del tutto.

Nessuna spettacolarizzazione della violenza mafiosa che ci passa accanto senza turbarci.

A emergere è il lato interiore dei personaggi in relazione al protagonista. L’irlandese rivive la sua vita come un insieme di vittorie pagate a grande prezzo, con sofferenze e tradimenti di se stesso, riuscendo a rimanere sempre il prediletto  dei suoi capi, abbassando continuamente la testa, mettendosi sovente in secondo piano e recitando sempre la parte del saggio, moderato, fedele cane servitore.

Fino al punto in cui è costretto alla grande decisione della sua vita, il bivio: decidere chi uccidere tra i suoi amici come alternativa ad essere eliminato, senza poter comunque far nulla per salvare il predestinato. Il bivio è un leitmotiv che si presenta fin dall’inizio della storia a segnare le scelte del protagonista, che a ben vedere sono sempre scelte obbligate, come qualcosa di ineluttabile che  si presenta sulla sua strada, sempre con una possibilità di scelta che è soltanto apparente.

Presa la decisione, la sua vita continua, in apparenza più luminosa di prima, ma in realtà con una strascico di dolore senza fine.

Oltre al rimorso continuo per l’unica azione violenta di cui si sia mai pentito, deve subire e senza possibilità di riscatto, l’abbandono definitivo da parte della sua figlia prediletta, proprio colei la quale lui, pur nel suo modo sbagliato, aveva sempre cercato di difendere.

Questo è quanto lo trasforma in un anima dannata, condannata a soffrire fin tanto che il suo cuore continuerà inutilmente a battere, nella sua solitaria esistenza finale nella casa di riposo dove mai e poi mai avrebbe pensato di andare a morire. Immaginando per sé piuttosto una morte violenta “sul lavoro” o una dolce fine insieme alle sue amate donne.
Non  è vero che Frank ha  trascurato o messo in secondo piano la sua famiglia: soltanto che non conosceva altro modo per occuparsene, se non lavorando duro per mantenerla nell’agio e proteggerla con la violenza, in una realtà dove chi conta è solo l’uomo e dove le donne sono uno scenario secondario, ma non inutile o non amato.
A mio parere la battuta conclusiva del film riprende un po’ una grande battuta di C’era una volta in America:
“Cos’hai fatto per tutto questo tempo?-  Sono andato a letto presto”. Che qui diventa: ”Tanto non andrò da nessuna parte”, come simbolo di una vita in cui più niente succederà.
Alla fine non ci rimane che ringraziare questi miti del cinema, per saperci ancora regalare tanta meraviglia, come nei loro successi passati. Personaggi adattati all’età degli attori e alla loro energia vitale un p0′ appannata, almeno rispetto a come tutti noi li ricordiamo nei personaggi che abbiamo tanto amato nelle rispettive sfavillanti carriere, sperando che in futuro possano ancora fare qualcosa di buono, perché non siamo affatto sicuri che da attori più giovani ci possano essere donate emozioni altrettanto forti.