The Irishman | E’ quello che è

una recensione a cura di Alessandro Cellamare

Già alcuni anni fa Quentin Tarantino sosteneva di volersi fermare per tempo.
Sosteneva, a ragione, e su un argomento persin troppo scontato, che i registi, anche i più grandi, tendono a invecchiare non solo fisicamente ma anche artisticamente. Di certo non la riteneva regola assoluta (alcune buone eccezioni non mancano), ma la frequenza con cui questo terribile e temibile peggio accade da oltre cent’anni è tale da poterla considerare quasi infallibile. Ritrovare registi che hanno segnato, fatto crescere umanamente e persino reso più intelligenti migliaia di spettatori davanti a piccoli e grandi schermi con opere di indescrivibile potenza emotiva, a dirigere robetta fiacca e priva di firma, rammarica e, spesso, non suscita né compassione né pietà. E non perché non sarebbero forse i sentimenti più nobili e adulti, ma perché si avverte il dolore della morte di una mitologia, che si auspicava longeva e immutabile, e la ragione cede il posto alla rabbia del lutto.
E’ questa, la caduta degli dei.

No, non è una feroce premessa per caricare pallottole in una carabina francese puntata su Scorsese, forse uno dei pochi che non si riesce completamente a tirar dentro a dimostrazione della tesi tarantiniana –  ma segni di cedimento già appaiono qua e là come tigri in agguato nel buio -, quanto il tentativo di estendere la calda questione anche alle performance attoriali, altra grande ovvietà che non necessita di autorevoli bocche per essere inverata.
Anche in questo caso, nessuna pistola puntata contro i validi Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci nel recente The Irishman, ma qualche cono di luce che illumini non solo loro oggi, ma loro ieri.
E magari loro durante.

Robert De Niro è quello che è.
Dopo vent’anni di appassimento cinematografico, svenduto in recitazioni mediocri in cui ha scimmiottato se stesso alla guida di registi che bramavano solo uno sponsor per un pubblico spento, qualcuno si ricorda di Bob, ed è il caro amico Martin. Scorsese pare accorgersi dei nuovi limiti ma anche della brace ancora accesa e da tempo in disuso, e costruisce su De Niro un personaggio ad hoc partendo dalla sua ridotta mimica e istrionismo. De Niro è invecchiato, fuori e dentro il film, è stanco e con poca grinta, il volto pare di gomma, il disegno delle labbra spesso piazzato nella sua iconica curva verso il basso, non più maneggiata all’occasione ma ferma lì come un disegno cristallizzato. Sarà la rappresentazione del sicario disilluso, obbediente, pensieroso, consapevole.

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Al Pacino è quello che è.
Istrionico e sopra le righe sin dagli esordi, macchina da guerra meno equilibrata di De Niro, rispetto  a quest’ultimo perde carica negli anni ma rientrando nelle righe. Non acquista equilibrio, ma negli ultimi anni conserva dignità, non firma opere memorabili (salvo qualche eccezione) e viene relegato a ciò che il pubblico con poca memoria cerca: il personaggio carismatico che a un certo punto del film reciterà un lungo monologo che farà impietrire la platea – ma quale platea? Scorsese individua la marcia, incanala l’energia, gli toglie il fastidioso attesissimo monologo e gli rende omogenea la performance su ciò che Al Pacino più preferisce: l’invettiva, la rabbia, il dissenso. Hoffa è un personaggio armonioso, pieno di grinta, e l’attore torna a un ruolo più pulito seppur non memorabile – ma qui forse non è colpa sua.

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Joe Pesci non è quello che è, ma cos’era e cos’è?
Se da un lato è difficile identificare un’unica linea attoriale su Joe Pesci, versatile, dalle grandi potenzialità ma anche mercenaria, più facile è riconoscere in Scorsese il suo vero pigmalione, geniale nel connotarlo di un’aggressività e cattiveria feroce come quelle di una bestia senz’anima, e consegnarlo alla storia gangsteristica. In The Irishman Scorsese comprende di non poter tornare sul solito cliché alla Pesci, capisce che quella carica è spenta e forse inadeguata all’età dell’attore – per quanto la ferocia avrebbe potuto avere i toni della pacatezza -, e lo eleva da sicario a boss, pacato e risoluto, persino umano. E’ una figura inaspettata e godibile, che, tuttavia, non brilla o, quantomeno, non gli viene cucita abbastanza storia addosso. Le scommesse sono aperte su quanto a lungo Joe Pesci vivrà nell’immaginario per questo ruolo. Forse è già morto sui titoli di coda.

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Martin Scorsese è quello che è.
Scorsese fa se stesso nelle memorie dei protagonisti e prova a fare Sergio Leone nell’attualità del dramma.
Nelle prime, rispolvera il suo stile ma manca di genio e sorpresa: a parte il memorabile piano sequenza sull’esecuzione fuori campo dal barbiere, i momenti migliori sono quelli che, ai tempi delle sue opere gangsteristiche più blasonate, erano solo ottimi raccordi tra sequenze rimaste nella storia del cinema. Quando prova a fare Leone viene meno, non crea la poesia della malinconia  e il film prende una piega geriatrica, forse persin lunga, in cui sembra chiedere allo spettatore di mettere del proprio per completare il film e renderlo appetibile. Una porta lasciata aperta sul finale e un De Niro in carrozzella sono l’unico tizzone di un’ispirazione mancata.

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Quentin, dobbiamo preoccuparci?