THE NORTHMAN | FLESH + BLOOD

Regia: Robert Eggers

Anno: 2022

Produzione: Stati Uniti d’America, Regno Unito

una recensione a cura di Elena Pacca

Il ritorno dalla guerra. Paesaggi ostili. Natura matrigna. Aleggia da subito un senso di morte permanente e pervasivo che si paleserà di lì a poco. E un giuramento di vendetta. Un destino da compiersi. Una brutalità belluina in cui il precetto “homo homini lupus” è una costante che si riverbera come una litania ineluttabile. Dettato da un rito di iniziazione che grava sulle spalle del piccolo Amleto che poco dopo assisterà all’efferato omicidio del padre da parte del di lui fratello e dei suoi sgherri. Deve iniziare a scappare Amleto, perché la stessa sorte è a lui riservata.
“Vendicare il padre, salvare la madre, uccidere l’assassino” questo il mantra fondativo che è promessa e condanna al tempo stesso, l’unico obiettivo da perseguire con cieca ostinazione in questo universo ad alto tasso testosteronico, dove l’onore è tutto. Un percorso didascalico, ricoperto di sangue, tantissimo sangue, un oceano grandguignolesco che reitera il concetto di un’umanità bestiale, ferina, costretta ad una costante lotta per la sopravvivenza che non dà spazio a sentimenti che non siano la sopraffazione, l’umiliazione, il terrore, la ferocia. Poca profondità di campo, nel senso di completa negazione di sentimenti quali introspezione, affetto, o anche solo disperazione.

Fatto salvo che questa si risolva sempre in un urlo agghiacciante che tanto ricorda un vecchio spot dell’acqua Perrier in cui una donna e un leone, in cima a una vetta, spalancavano le rispettive fauci in un urlo specchiato per la conquista dell’agognata bottiglietta. Un film urlato che paradossalmente sottrae potenza ad una storia di vendetta, tematica che in tutt’altro contesto ha portato ben altri risultati. Il mito è un corollario posticcio in cui i protagonisti sembrano aggirarsi senza convinzione, il divino alquanto caricaturale. La potenza muscolare, lo sfoggio di fisicità danno un’impronta precisa che nega empatia ad Amleto, personaggio bidimensionale che non trova appigli in un sentire più articolato. Fino all’incontro con la madre che stravolge per un attimo il momento atteso dell’agnizione rovesciando le prospettive, vanificando in parte ciò per cui Amleto ha sino a quel momento lottato, che si risolve in uno dei pochi dialoghi in cui la ferocia è pari a quella sin qui mostrata negli scontri e la ferita dell’anima è ancora più profonda e letale di quelle delle armi da combattimento. “Lei ha ucciso il mio passato” è finalmente la sintesi perfetta di quel nodo cruciale che sovverte lo stato delle cose.
Da questo momento, riacquistata a caro prezzo la sua identità, fino ad allora celata sotto le vesti di uno schiavo qualsiasi, ci si aspetterebbe un cambio di rotta, ma il destino è padrone assoluto, non esiste libero arbitrio in grado di dare una svolta, nemmeno quando quello stesso destino pone sulla sua strada una via di salvezza, un sentimento nuovo, addirittura delle vite a crescere.
Tutto deve compiersi come in una tragedia greca nichilista dove da subito, nonostante i rovesciamenti di fronte, non si può sfuggire alla propria origine e al proprio passato, sino al fatidico e annunciato scontro finale fra le bocche di fuoco del vulcano islandese in piena furia eruttiva. Non c’è scarto, consapevolezza che il destino si possa cambiare, che anzi “destino” dell’uomo sia quello di combattere per cambiarlo, per non soccombere ad esso, ma ribellarsi ed emanciparsi. Invece, tutto procede lungo il binario morto di una narrazione senza via d’uscita che, nel suo affogare nel sangue, annichilisce ogni prospettiva di salvezza.

[La versione originale premia l’accuratezza del linguaggio, gli stilemi della parola arcaica. Liberamente tratto dall’epica norrena, la storia di Amleto si discosta dalla versione shakespeariana, gli uomini del Nord sono i vichinghi e siamo all’inizio del X secolo dopo Cristo. Lo scenario filmico poco aggiunge all’immaginario creato da molti predecessori, fossero anche le serie tv. A partire da Valhalla Rising di Nicolas Winding Refn, a Viking e il sequel Viking Valhalla di Michael Hirst, allo stesso Game of Thrones di David Benioff e D.B. Weiss. Inspiegabilmente banalizzato poco prima del finale, quando lui esclama per proporre una possibile destinazione “Ho dei parenti alle Orcadi” (!?!) o quando lui cinge lei sulla barca in stile Titanic/Di Caprio, facendo naufragare un film che avrebbe tratto giovamento da una maggiore focalizzazione interiore. The Northman è figlio di un Eggers minore (nonostante il budget)]

Bonus Track: Spot Perrier – Le Lion

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