THE ROAD TO GUANTANAMO | FilmInTasca: ragazz* sullo schermo

Regia: Michael Winterbottom, Mat Whitecross

Produzione: Gran Bretagna

Anno: 2006

una scheda didattica e formativa a cura di Umberto Mosca

Dopo Cose di questo mondo, che mostrava, come se fosse un documentario, il viaggio clandestino di due profughi afghani verso l’Europa, con The Road to Guantanamo il regista inglese Michael Winterbottom sceglie di rappresentare il percorso contrario.
Nel suo film precedente del 2002 della guerra in Afghanistan scatenata dopo l’11 settembre si poteva ancora solo parlare in maniera indiretta, e il prolifico Winterbottom, già autore, peraltro, di Benvenuti a Sarajevo (1997), si concentrava principalmente sul tema dell’emigrazione dai Paesi colpiti da interminabili conflitti, non mancando tuttavia di offrire diversi spunti allo spettatore per prender coscienza delle condizioni di estrema difficoltà in cui versano i cittadini afghani colpiti dai bombardamenti americani e, dunque, sottolineando l’assurdità di quella guerra.

Con The Road to Guantanamo dell’attacco all’Afghanistan dei Talebani si parla invece in modo diretto, ma sempre partendo dalla realtà di alcuni individui migranti, sebbene questi appartengano a una condizione assolutamente differente rispetto ai protagonisti di Cose di questo mondo. Qui si narra la vicenda di un gruppetto di ragazzi di Birmingham di origine pakistana e bengalese che, in occasione del matrimonio di uno di loro e quasi per scherzo, si trovano coinvolti negli avvenimenti che hanno investito disastrosamente l’Afghanistan a partire dall’ottobre del 2001. The Road to Guantanamo è la guerra vissuta in prima persona da chi la guerra non avrebbe saputo neanche immaginarsela, figuriamoci viverla nei suoi aspetti più terrificanti e insostenibili.

Nella percezione in soggettiva dei personaggi, con tanto di inconsapevolezza e di incapacità di cogliere in maniera oggettiva gli eventi bellici in corso, risiede una delle principali soluzioni espressive adottate dal regista di questo. A ciò si accompagna la scelta di una qualità dell’immagine volutamente povera e “realistica”, che immediatamente suggerisce l’impressione del documentario, e che rafforza l’impatto di un film ispirato a una storia vera, conclusasi soltanto pochi mesi prima delle riprese. Perché è soltanto nel luglio 2005 che i protagonisti della vicenda hanno potuto ritornare in Inghilterra dopo più di tre anni trascorsi, per un colossale equivoco, nei due campi di prigionia statunitensi di Guantanamo.
Tutta concentrata sulla violazione dei diritti umani ai danni dei prigionieri di guerra, la seconda parte del film ricostruisce con grande intensità drammatica l’esperienza delle torture e degli interrogatori cui sono sottoposti i detenuti cosiddetti “politici” nella base militare americana sull’isola di Cuba. Lo stile scelto da Winterbottom soddisfa in pieno la necessità di restituire la forza della realtà e dell’urgenza a una questione – quella della prigione di Guantanamo – che, nonostante la dirompente attualità, rischia continuamente di subire la normalizzazione degli stereotipi mediatici e della diplomazia politica.
The Road to Guantanamo è un’opera illuminante riguardo ai disastri compiuti dall’ottusa reazione scatenata dopo i fatti di New York. Non manca, inoltre, di misurarsi, praticamente in tempo reale, con il dato evidente della costruzione di una nuova e più forte identità da parte dei giovani musulmani del mondo.

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