TITANE | Fratture cinematografiche

Regia: Julia Ducournau

Anno: 2021

Produzione: Francia, Belgio

una recensione a cura di Alessandro Cellamare
Avviso: per temi, immagini e contenuti, si sconsiglia la lettura a un pubblico non adulto

Solo a Cannes poteva accadere.

Titane viene incoronato della Palma d’Oro nella competizione 2021, ma a meritare davvero il premio non è il titolo di Julia Ducournau.

Il disappunto di Nanni Moretti questa volta non c’entra perché, al di là di ogni (s)oggettiva classifica, a meritare la Palma d’Oro è una giuria che decide di prendere a calci la porta di certa cinefilia stantia per dar visibilità a un fermento che da oltre vent’anni scalpita nelle cantine del cinema francese – le stesse della villa di Martyrs.

Titane raccoglie gli stimoli (e le forze) dell’extreme horror d’oltralpe per raccontare una storia malsana e disturbante fatta di dissonanze e rotture.

Titane
Martyrs

E’ rottura l’incidente inziale, frattura che accoppia una ragazza al metallo, cui restituisce l’accoppiamento in un amplesso con una Cadillac (Martyrs, Crash, Christine).

Christine
Titane
Crash

E’ rottura il rapido passaggio tra generi nella prima parte, tra commedia, thriller, grottesco e horror, persino all’interno di singole sequenze, che spiazza destabilizzando e seminando perplessità (a volte giustificate) e lascia scie emotive di squilibrio, specchio di un’interiorità frantumata.

Sono rotture i colpi che si infligge Alexia per somigliare a un ragazzino scomparso alcuni anni prima, le ferite che le segnano il corpo e, infine, le costrizioni per annullare visivamente la propria femminilità (Martyrs, Tous les dieux du ciel).

Agathe Rousselle (Titane)
Melanie Gaydos (Tous les dieux du ciel)
Morjana Alaoui (Martyrs)

Sono rotture i passaggi da una colonna sonora sfumata a vecchi brani pop del secolo scorso, che, quando in alcuni momenti rimandano ai giochi divertiti e divertenti alla Refn/Tarantino, altre volte connotano di insano la pellicola attraverso un impasto di emozioni discordanti tra il visto e l’udito.

E’ rottura il tentativo feroce di Alexia di abortire (À l’intérieur) da un’ignota creatura che le cresce in grembo perdendo fluidi nerastri e rimandando a paure polanskiane (Rosemary’s Baby) e carpenteriane (Il signore del male, Il seme del male).

Il signore del male
Il seme del male
Rosemary's Baby
A l'interieur

In frantumi è la gracile mente di Vincent, preda di un delirio transgender in cui confonde il rapporto padre/figlio/figlia/amante e accetta nel suo mondo qualcosa/qualcuno/qualcuna che riconosce sin da subito come estraneo/estranea.

Perturbante per contrasti è il sistema chiuso e isolato dei pompieri di cui Vincent è caposquadra, sottomessi all’autorità ma uniti in una solidarietà ambigua, mentre ballano, machi e leggiadri, in una sequenza dipinta di viola (Refn) dove la sessualità si confonde e l’ibridazione converge nella nuova forma dell’Alexia maschile con la sua danza sexy sul tetto di una camionetta.

Fratturata è la pancia di Alexia in un finale cronenberghiano (Brood, La mosca, À l’intérieur) che rimanda ai titoli di testa di The Thing, dove il bagliore del Titolo/Cosa (significante/significato) emerge dalle crepe dello spazio/ventre.

Brood

Infine a fratturarsi è l’immaginario, di fronte all’insicurezza sul visibile, che semina incertezze sul confine fra realtà oggettiva e psichica, su una maternità imponente in una sequenza e assente in quella successiva.

Nonostante Titane, nel suo saccheggiare riferimenti in giro, si faccia portavoce e ariete di una corrente verso un pubblico poco avvezzo, i suoi meriti sono tutt’altro che nelle citazioni, così come le cadute.
Rispetto all’extreme horror francese, Titane abbandona la narrazione più tradizionale, che connotava i titoli fratelli di un genere molto più definito, solitamente a cavallo tra thriller e horror, e ne eredita esclusivamente il mood disagiante ma costruendolo con innovazione attraverso la commistione e le rotture. Il ricorso alle efferatezze è secondario – ne è testimone la strage nella villa, di cui Alexandre Aja avrebbe fatto macelleria (Alta Tensione) – perché il maudit disturbante del nuovo millennio (Crash) si emancipa dallo shock visivo e dal torture-porn – senza, tuttavia, sdegnarlo quando necessario – per parlare direttamente alle emozioni – in questo il Salò di Pasolini resta un grande precursore dei tempi. E non è un caso che uno dei più rappresentativi titoli contemporanei sia il Tous les dieux du ciel di Quarxx, dove l’unica mostruosità (Melanie Gaydos) non è un effetto speciale.

Titane ne esce vincente ma non ai punti, reo di accelerazioni e scavalcamenti di righe che non sembrano intenzionali – e qualora lo fossero non apparirebbero centrati. Alcuni passaggi nella prima parte sfiorano il ridicolo involontario quando avrebbero potuto dar trampolino a un orrore marchiante – su tutti l’amplesso nella Cadillac coi ripetuti sobbalzi (Carpenter, se puoi, perdonali) -, e lo sviluppo iniziale con gli innumerevoli cambi di registro lascia più di una volta sospettosi, assieme a interpretazioni non sempre folgoranti. Titane è audace, ma porta con sé i limiti di una corrente che, mentre consegna contributi emotivi raramente visti su schermo, ha il precipizio troppo vicino alle gambe e spesso casca proprio negli errori che certa cinefilia lamenta a priori, facendo, purtroppo, il suo (sporco) gioco – il grand guignol fuori misura di À l’intérieur, la sguaiatezza ridicola di Frontieres, la disonestà di trama di Alta Tensione.

Ma fa niente, va bene così.

Ormai la porta è aperta.
E i mostri stanno arrivando.

Aliens
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