associazione di promozione sociale

TORI E LOKITA | Quando la speranza è flebile

Titolo originale: Tori et Lokita

Regia: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne

Anno: 2022

Produzione: Belgio, Francia

una recensione a cura di Tiziana Garneri

Con Tori e Lokita i fratelli Dardenne sono tornati alla settantacinquesima edizione di Cannes con il loro stile pulito, drammaticamente istintivo ed intenso.
“La nostra ossessione è quella di dare vita a individui, persone. Meno intrigo c’è e più i personaggi diventano persone”: questo è il loro credo.

Tori è Pablo Schils, un undicenne allontanato dal suo villaggio africano in quanto accusato di stregoneria. Lokita è Joely Mbundu, una sedicenne del Camerun che cerca di migliorare la sua esistenza. Insieme danno spessore umano a quel tipo di racconto, tipicamente stereotipato, di quei migranti sui barconi definiti in maniera generica “minori non accompagnati”.

Dopo vari trasferimenti i ragazzi approdano in una cittadina belga. Scontrandosi anche con la scarsa collaborazione delle istituzioni, sono costretti a crescere in fretta per sopravvivere. Tori ha i documenti da rifugiato, Lokita è clandestina. Finisce in mano a gente senza scrupoli, perseguendo il sogno di diventare una regolare, fare la cameriera e mandare soldi alla sua famiglia.

Tori e Lokita img 2 tiziana

Ma oltre al dolore dell’esilio, la ragazza deve confrontarsi con lo sfruttamento anche sessuale, instradata – insieme al ragazzo – a fare la pusher per guadagnare qualche soldo. Obbligata a vivere in una costruzione fatiscente e claustrofobica, tutta sola, per accudire le piantine di cannabis.
I due ragazzi si supportano l’uno con l’altra e stabiliscono un legame che, pur non essendo di sangue, infonde loro calore e affetto.
Si costruiscono una loro “famiglia “, fatta anche di momenti di tenerezza, come quando insieme cantano Alla fiera dell’est, una filastrocca che celebra la liberazione dalla schiavitù egiziana del popolo ebraico e ha un profondo significato spirituale.
Ma è anche una cantilena triste perché racconta che il piccolo è sempre, senza scampo, sopraffatto dal più forte.

Il cinema dei Dardenne è stato accusato, dopo Rosetta del 1999, di essere un cinema sempre uguale a sé stesso.
Ogni cosa è esplicita, prevedibile, sia nella sceneggiatura sia nel modo di girare spesso con la camera a mano che pedina i protagonisti.

Quindi se da un punto di vista filmico non troviamo mai qualcosa di inaspettato o che possa stupirci, fuori dal loro cliché, l’impressione è che senza pietismi, cercando l’empatia dello spettatore, inevitabile, ai due cineasti prema soprattutto sottolineare il marcio di una società che è mossa unicamente da interessi economici.
Puntano il dito su una misera umanità negata, non escludendo peraltro alcuni momenti criminali come l’uccisione della povera ragazza… anche se la violenza non viene mai esibita, ma trattata con pudore.

Come Ken Loach è il paladino del cinema sociale di denuncia, allo stesso modo i Dardenne privilegiano lo stesso aspetto, focalizzando però spesso la loro attenzione sui minori, prendendo per mano lo spettatore perché apra gli occhi e si svegli dal suo torpore.
Forse in questo caso vi è anche una particolare attenzione verso i paesi francofoni e il colonialismo che li ha caratterizzati, con quegli aspetti così particolari, come ad esempio i “bambini-strega”, decisamente incomprensibili per la cultura europea.

Il loro è un grido di allarme rivolto all’Europa intera, che discute da anni ma non riesce a trovare soluzioni applicabili a un problema sicuramente complesso.
I Dardenne non fanno certo i moralisti, perché il loro intento è quello di trasformare la rabbia e l’indignazione dello spettatore in un desiderio di lotta.

Tori e Lokita img 1 tiziana
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