TUTTO SU MIA MADRE | Todo sobre mi madre

una recensione a cura di Liliana Giustetto

«A Bette Davis, Gena Rowlands, Romy Schneider… A tutte le attrici che hanno fatto le attrici, a tutte le donne che recitano, agli uomini che recitano e si trasformano in donne, a tutte le persone che vogliono essere madri. A mia madre»
[la dedica con cui il regista chiude il film]

Non si potrebbe definire meglio questa pellicola. Un’ode alla maternità e alla femminilità a tutto tondo.
Femminilità anche da parte di uomini che ne rivendicano l’essenza.

Una madre, Manuela, che perde un figlio, donne che non ne hanno mai avuti, donne che ne avranno senza averli desiderati, uomini che vivono trasformandosi in donne, un padre di più figli che in realtà vorrebbe essere femmina. Sebbene quasi tutti i film di Almodóvar girino intorno alla figura femminile e alla madre, questo più di tutti gli altri, a mio modesto parere, ne incarna lo spirito.

Viene toccato un grande ventaglio di argomenti in questa pellicola delicatissima che strazia il cuore per poi guarirtelo.
Una madre che sta crescendo da sola un ragazzo nel fiore della gioventù, lo perde per un incidente.
Da questo momento lei vive nel ricordo. Inizia un percorso di ricerca e cambiando vita si immerge nel mondo del teatro che il giovane amava.
In questo ambiente ha modo di conoscere “donne” che vivono la loro femminilità in maniere originali ed autentiche.

Il suo essere madre la aiuta ad andare avanti, fino ad accettare il figlio nato da una relazione dell’ex marito omosessuale con una giovane monaca, Rosa, che essendo stata infettata dal padre del bambino con l’HIV, muore affidando il bimbo a Manuela. Come grande insegnamento del fatto che l’amore si può solo moltiplicare e mai dividere. Come ci raccontano anche le storie intrecciate dell’attrice con la sua amante e di Agrado, grande dispensatrice di amore e passione.

Pur narrando una storia dolorosissima, il film riesce in più parti a farci ridere, che è quasi sempre lo scopo di Almodóvar: vedere i drammi della vita sempre da distante facendoci capire che c’è sempre qualcosa da vedere “oltre”.

Esplicite citazioni a grandi pellicole del passato tra cui Eva contro Eva, Un tram che si chiama Desiderio e la meno conosciuta Opening Night di John Cassavetes.

Come nessun altro regista, Almodóvar riesce sempre, nelle sue pellicole, a sviluppare un’idea del femminile a tutto tondo. Donne che tra di loro si amano, si odiano, si aiutano e soprattutto si capiscono.
Gli uomini sono quasi sempre come dei fantasmi sullo sfondo, che agiscono, ma poi sono le donne che tirano le fila delle loro azioni e se è il caso mettono riparo.
Non è un cinema di tipo femminista quello di Almodóvar, gli uomini non vengono “maltrattati” in questo tipo di film. Semplicemente se ne può fare quasi a meno, perché lui vuole dimostrare che il mondo delle donne è completo e si autosostenta.
Gli uomini sono sempre l’oggetto del desiderio, ma non sempre riescono a soddisfarlo. Sono comunque sempre amati e rispettati.

Una indimenticabile Cecilia Roth (Manuela), con la compagnia di Marisa Paredes (Huma Rojo), Candela Pena (Nina), Antonia San Juan (Agrado), Penelope Cruz (Rosa), Eloy Azorin (Esteban), Toni Cantò (Lola), Fernando Fernan Gomez (Il padre di Rosa), Rosa Maria Sardà (la madre di Rosa).

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