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VALLEY OF THE GODS (2019) | Il film della settimana

una recensione a cura di Umberto Mosca

Era dai tempi di Verso il sole di Michael Cimino che nelle sale cinematografiche non veniva presentato un film così sensibile alla spiritualità degli indiani d’America.

È la forza del cinema, che parte da un dato reale – sempre attuali sono le battaglie dei nativi in difesa delle terre sacre minacciate dallo sfruttamento delle multinazionali -, ma che può costruire una visione onirica sviluppata sulla libera rielaborazione dello spazio e del tempo. Il Presente vissuto, il Passato rievocato, il Futuro immaginato, come direbbero Edgar Morin e Christian Metz, secondo cui il cinema è la porta d’accesso all’universo psichico legato all’immaginazione.

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Valley of the Gods (nelle sale italiane in queste settimane) è il film di un artista polacco cineasta e pittore, che si cimenta nella folle impresa di tenere insieme due modelli visivi di civiltà che non potrebbero essere più distanti, dove il tempio è lo spazio naturale, in una, nell’altra è lo spazio architettonico.

È un film che ha il coraggio e la sfrontatezza visiva delle cover di un album rock degli anni 70, nel mettere insieme modelli di rappresentazione apparentemente inconciliabili, l’estetica stilizzata e dark dei comics con il realismo fotografico della più classica iconografia western.

Andare a girare a Monument Valley significa, infatti, entrare nel cuore di uno dei più potenti miti cinematografici di sempre, cercando tuttavia di sottrarre quello spazio alle sue interpretazioni convenzionali e da cartolina. Perché Valley of the Gods non è soltanto un film che ha la violenza visiva di un mito ancestrale, ha l’audacia di alterare radicalmente lo skyline del paesaggio più tipico dell’immaginario collettivo, portando all’attenzione dello spettatore nuovi scorci, realizzando una vera e propria reinvenzione dello sguardo d’insieme in cui chi guarda si trova smarrito e spaventato, costretto a spingersi ben oltre la soglia dell’incredulità.

Un film in cui risuonano gli echi della prospettiva esistenzialista e anti-narrativa con cui Wim Wenders da sempre osserva il paesaggio americano, lo spiritualismo trascendentalista di Terrence Malick, la critica al capitalismo di Orson Welles, le riflessioni sulla storia umana di Stanley Kubrick (con la presenza iconica di Keir Dullea, astronauta di 2001).

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Un’opera di lente e progressive rivelazioni, solo apparentemente slegata nella costruzione del mosaico complessivo, basata sul primato dell’immaginazione nella creazione del mondo, come sottolinea la citazione iniziale dalla Navajo Creation Story. Una rivelazione etnografica sul canto dei Native American che esprime la relazione profonda con la terra. Un film sulla ricerca delle corrispondenze tra l’esperienza dell’individuo (gli specchi in cui si imbatte continuamente il protagonista) e la ricerca di forme sacrali che sostengano i suoi significati (il legame dei Navajo con le sculture geologiche della Valle degli Dei, le pratiche volte all’immortalità del titano del capitalismo che rimandano alla religione degli antichi Egizi).

Una riflessione teorica e visionaria sulla natura generativa dell’Arte e sull’immaginazione come principio creativo del fare artistico.

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