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VENEZIA 79 | Il signore delle formiche

Regia: Gianni Amelio

Anno: 2022

Produzione: Italia

una recensione a cura di Elena Pacca

MA SEI IO AVESSI PREVISTO TUTTO QUESTO DATI CAUSE E PRETESO (FORSE FAREI LO STESSO)

Io non sono come loro. Ma sono anche come loro

La coerenza. Questo attributo solca l’intero film e lo scorcio di vita di Aldo Braibanti dai tempi del Torrione Farnese – sorta di hub culturale ante litteram – sino al processo. Un’ostinata coerenza si direbbe. Al limite del fervore cieco (e muto), del così è se vi pare, del fare indisponente, quasi scostante, alieno ad accaparrarsi il favore dei giurati in aula (e del pubblico in sala).

Un’Italia – anche se la storia e gli accadimenti politici rimangono nelle retrovie, come un rumore di fondo che si percepisce, ma che non decrittiamo specificatamente – in bilico tra il passato ancora ben radicato soprattutto in provincia e un futuro che si immaginava foriero di novità, di civiltà, e fiducia nelle umane sorti e progressive. Ce n’est qu’un début continuons le combat si scandiva da Parigi e poi più in giù fino all’Italia in quel biennio ‘68/’69, teatro della nostra vicenda, soprattutto processuale.

Iconograficamente, come se Venezia non potesse prescindere da Canaletto, l’Emilia non può prescindere da Avati (più che da Fellini, strettamente romagnolo). I colori, le piazze, i portici, i viali, le biciclette, fanno parte di uno scenario noto che, dietro un’apparente idilliaca amenità, cela chiusure e più o meno consapevoli malvagità.

Il signore delle formiche img 1 elena

L’indegnità del terribile processo per plagio istruito contro il Prof. Braibanti, conferisce dignità all’intento di un film che vuole porre l’accento su un tema, quale quello dell’omosessualità trattata come devianza e malattia da curare e più in senso lato sulla difesa dei diritti di ciascuno, soprattutto quando oppresso ingiustamente da un regime di prevaricazione dei soggetti più deboli (il ragazzo “plagiato” da Braibanti, subì un ricovero coatto in una struttura in cui venne sottoposto a ripetute sedute di elettroshock che lo devastarono fisicamente e psichicamente per sempre). Proprio per questo, forse avrebbe meritato un tono più appassionato, più sentito e più accorato se così si può dire mentre risulta a tratti un po’ asettico, didascalico, raffreddato dalla recitazione appropriata di Luigi Lo Cascio – “né mostro, né martire” – bravo a restituire un personaggio schivo, lontano dalle grida e dagli eccessi pasoliniani, sempre misurato, cortese, a volte rassegnato a quella brutalità, ottusa e lucida al tempo stesso, che gli si riversa contro senza sconti. Poiché a differenza di quella delle formiche – il Prof. Braibanti è un mirmecologo – la società umana non è strutturalmente sociale, solidale.

Elio Germano cronista de L’Unità, che si occuperà quasi per caso della vicenda processuale, è l’estensore e il testimone indigesto di quel sentimento ambiguo presente nel corpo del grande partito operaio (il Partito Comunista Italiano) che è ancora “indietro” rispetto a certe tematiche considerate per lo più scomode anche fra i “compagni” e che fatica a scrollarsi di dosso la mole di pregiudizi retrivi, in tema di sessualità.

Un film doveroso che avrebbe potuto avere maggior coraggio. Una storia d’amore (è questo che fondamentalmente Gianni Amelio voleva raccontare) che manca un po’ il tiro (poeticamente centrato solo nel finale). Quasi che quell’amore scandaloso all’epoca, costretto al silenzio, alla morte metaforica, non trovasse ancora oggi il suo posto nel mondo. E il sussurro non sempre è migliore delle grida.

[Due camei: divertente quello di Chiara Valerio cui va il compito di lanciare una stilettata su talento, editoria e successo; emblematico quello di Emma Bonino a testimoniare quale partito sostenne  maggiormente all’epoca Aldo Braibanti durante il processo]

Il signore delle formiche img 2 elena
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