Visioni POP, Hateful Eight secondo Umberto Mosca

 

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Venerdì sera, al cinema, vi abbiamo consegnato i compiti da fare nel fine settimana… alcuni di voi diligenti li hanno già consegnati 🙂 per tutti gli altri ecco alcune risposte ai quesiti che il prof.  Mosca vi ha posto… per soddisfare la vostra sete di curiosità vi aspettiamo da mercoledì 10 febbraio in Babelica.

Ringraziamo Umberto per l’intenso supporto di questi giorni 🙂

 

“Per la prima volta Tarantino ha usato musica originale in un suo film, ma cosa succede allo spettatore quando ascolta i titoli di testa composti da Ennio Morricone? Le immagini ci dicono western, del genere natura e wilderness, ma le note rimandano alle grandi partiture di Bernard Herrman per i film di Hitchcock.

Sin da subito, ancora una volta, l’impressione è che si avrà a che fare con qualcosa di inedito, che sfugge agli schemi, che sfida le aspettative. Poi appaiono le catene e riconosciamo l’autore che ama proporre continue variazioni sul tema, tutte interne alla propria opera, un’attitudine che segna l’intera sua filmografia secondo un principio che potremmo chiamare della “continuità nella discontinuità”.
A partire dal volto addolorato del Cristo inizia un’interminabile via crucis in cui, come spesso accade, la vittima è la figura femminile (Jennifer Jason, una terza Leigh tra la Janet di Via col vento e la Vivien di Psycho).
Intanto il film procede “lento come la melassa”, ci dice Tarantino per bocca di Kurt Russell. Delle mitologie e dell’epica hollywoodiana della conquista resta soltanto lo scheletro, ma con i dialoghi sull’identità e i conflitti razziali il film ci riporta alle origini, alla stazione di posta di Ombre rosse, ai suoi passeggeri bizzarri, al peso schiacciante dei pregiudizi e delle differenze di status.

Dopo un inatteso intervallo che serve a Tarantino per scherzare ulteriormente sulla lunghezza del suo film e sulla necessità di riassumere la storia, l’apparente convenzione narrativa esplode nella più audace tra le centrifughe dell’immaginario, dove l’emporio di Minnie si trasforma nel Titty Twister e un flashback brandizza il Sorrentino di This Must Be The Place, dove il “segno rosso” del coraggio nordista si trasforma in un’oscena fellatio al sangue inventata da un vendicativo negro espulso dall’esercito in giubba blu. E al fazzoletto giallo della celeberrima Cavalleria fordiana si sostituisce la cravattona rossa di un altro luciferino Samuel Jackson.

Tra il romanzo di Stephen Crane e la somma retorica di Abramo Lincoln, Tarantino ci obbliga a interrogarci sulle rappresentazioni della Storia e sui meccanismi di affabulazione dei valori su cui la Società trova i propri fondamenti.
Alla fine, per lo spettatore, “non ne rimase nessuno” con cui condividere uno straccio di empatia. Ma questo non è che un inizio… Potenza del demiurgo e del polemista politico che non ama prendersi sul serio.”

Umberto Mosca

 

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