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[TFF40] WAR PONY | Cosa resta di ciò che fummo

Regia: Gina Gammell, Riley Keough

Anno: 2022

Produzione: Stati Uniti d’America, Regno Unito

una recensione a cura di Chiara Lepschy e Giuseppe Minerva

War Pony di Riley Keough e Gina Gammell – insignito a Cannes del prestigioso premio Caméra d’or – è ambientato nella comunità Lakota di Pine Ridge, nel South Dakota. Il titolo del film riprende il nome con cui i nativi americani indicavano i propri cavalli, conosciuti – dagli europei e dagli americani originari del vecchio continente – con il termine di derivazione spagnola mustang, utilizzato in riferimento agli esemplari non domati.

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La scelta narrativa adottata dalle registe per parlare della vita nelle riserve indiane, è il racconto parallelo delle vicende di due nativi, Bill (Jojo Bapteise Whiting) e Matho (Ladainian Crazy Thunder). Il primo è un giovane senza occupazione fissa e padre di due figli avuti prematuramente da due donne diverse. Sogna il riscatto economico grazie ad un lavoro offertogli da un bianco e, soprattutto, alla vendita dei cuccioli di un cane di razza acquistato spendendo centinaia di dollari, già insufficienti per le ben più impellenti necessità della famiglia. Ma le cose non andranno bene in nessuno dei due casi. Il secondo, invece, è un ragazzino che abita con il solo padre, che non è in grado di occuparsene seriamente e si muove ai confini della legge: una vicenda non dissimile da quella che potrebbero vivere i figli di Bill, seppur traslata temporalmente di qualche anno. La sua situazione peggiorerà rapidamente alla morte del padre, trovandosi in una condizione di completo abbandono.

Dalle due storie emerge il quadro di una società in cui è difficile trovare riscatto anche a causa della totale assenza di controllo sociale, sia interno alla comunità che esterno alla stessa, come spesso accaduto nella gestione delle riserve indiane. Il film si colloca, quindi, nel filone di opere cinematografiche – spesso indipendenti – che ha affrontato, negli ultimi anni, il tema delle condizioni di vita della popolazione nativa americana. Fra queste, I segreti di Wind River di Taylor Sheridan, The Rider di Chloé Zhao e lo stesso Road to Paloma di Jason Momoa.

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Nel complesso, siamo in presenza di un’opera estremamente concreta, che mette in evidenza una serie di piaghe che affliggono queste comunità: padri e madri troppo giovani e distratti, consumo di droghe, assunzione di cibo spazzatura, perenne disoccupazione e perdita delle radici. Della passata grandezza dei nativi americani, infatti, rimane ben poco: le antiche danze tribali e i vecchi riti sono appannaggio – ormai – dei soli anziani della tribù, e Bill e Matho neppure conoscono la lingua Lakota, parlata solo da alcuni adulti della riserva.

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Tutto questo nella completa assenza di quella liricità e di quel rapporto con la natura che caratterizzava, ad esempio, un film come The Rider. E degli sconfinati paesaggi nordamericani, come se anche questi si fossero esauriti come l’esausto spirito dei nativi dopo due secoli di colonizzazione, e nonostante la ricorrente visione – quasi da realismo magico sudamericano – di un bisonte che appare a Bill e Matho in maniera quasi sovrannaturale, mentre si aggira all’interno del centro abitato.

In conclusione, il film, nonostante i momenti più leggeri e quasi comici dell’arrabattarsi quotidiano di Bill, è caratterizzato da una tristezza e desolazione di fondo, sebbene il finale possa suggerire uno spiraglio di speranza. Da un lato, l’accoglienza di Matho nella famiglia di Bill e, dall’altro lato, la “vendetta” di quest’ultimo sull’ex datore di lavoro bianco, di cui svaligia casa e allevamento di tacchini, quasi una presa di coscienza del fatto che la condizione in cui versa il suo popolo sia dovuta principalmente allo sfruttamento dei bianchi. Un finale più leggero – sottolineato anche dalla colonna sonora – ma che, sicuramente, non può costituire una chiave di riscatto a tutto tondo.

Oltre ai temi specifici della vita nelle riserve indiane, emerge – infine – un tema universale: l’infanzia negata, caratteristica di tutte le società povere e degradate, tema a suo tempo centrale in Dickens e ripreso – proprio per il suo valore più generale – da Roman Polanski nell’Oliver Twist del 2005.

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